CAPITOLO 26
Scoprì
di stare piangendo, anche adesso, mentre ripassava con la mente quella notte in
tutti i dettagli.
Perla
si alzò dalla panchina, cercando un fazzoletto in borsa.
Che
illusa che era stata!
Quella
ferita bruciava ancora, come se tutto fosse appena accaduto.
Ricordò
che poi l’aveva avuta con lui e gli aveva tolto il saluto, non riusciva a
essergli amica, anche se Dio sa se ci aveva provato.
Poi
lui l’aveva affrontata e chiesto spiegazioni, ma non c’era nulla da spiegare.
E
poi non lo capiva.
Lui
aveva cominciato a frequentare l’albergo, tutti i giorni, con la scusa di una
colazione, o di un aperitivo. A volte capitava persino due volte nella stessa
mattinata.
Le
stava facendo un dispetto?
Possibile
che volesse farle così male.
Lei
era combattuta, voleva non vederlo mai più, per dimenticarlo. Ma dimenticare
era impossibile. Solo il suo rapporto con Claudia, le risvegliava i ricordi.
Nello
stesso tempo, aspettava con ansia il momento che lui varcava la porta
dell’hotel.
E
sentiva il suo sguardo su di se.
Talvolta
era stata costretta a nascondersi, per celare il suo tormento, il tremore che la
assaliva, quando lo vedeva entrare.
E
quando, non potendo evitarlo, era costretta a salutarlo, lo faceva sempre a
testa bassa e fuggiva via.
Una
volta lui l’affrontò. Voleva capire per quale motivo lo stava evitando.
Che
domanda stupida. Com’era possibile che non capisse? Come poteva essere così
insensibile? Per non dargliela vinta, le disse che si sbagliava e che se lo
ignorava, era solo perché evidentemente non si era accorta di lui, o era presa
dal lavoro.
Passarono
mesi, forse un anno, quando un giorno lo vide entrare insieme a una donna. Una
bella donna, ma non appariscente.
Capì
al volo che era una sua collega di lavoro.
Sederono
insieme al tavolino. Poi lui tirò fuori una cartellina da una borsa
ventiquattr’ore e cominciò a illustrarle alcune pagine.
Si
girò verso di lei e le chiese due caffè: formalmente, come se lei fosse
semplicemente ‘una’, come tante.
Perla,
cercando di frenare la sua gelosia, si avvicinò al tavolino.
Fulvio
parlava, ma quella donna, invece di ascoltarlo , era lì, che lo fissava, che
fissava le labbra di lui che si muovevano.
Perla
si avvicinò con circospezione e poggiò i due caffè sul tavolo, tremante, senza
staccare gli occhi di dosso da lei, che continuava a fissare Fulvio.
Fulvio
alzò gli occhi verso Perla, ringraziandola. Ma nel lasciarli ricadere nella
cartellina, incontrarono quelli della donna davanti a lui.
Sorrise,
com’era solito fare. Lei vide chiaramente lei passarsi la lingua sulle labbra,
e in un attimo capì, voleva Fulvio, e non si sarebbe fermata davanti a nulla.
Lo
voleva e lo avrebbe avuto, o forse lui, era già suo.
Poi
quella donna cominciò a frequentare il suo albergo, sempre più spesso.
Ogni
tanto Fulvio veniva a prenderla, oppure si fermava a fare colazione, ma non
spesso come prima.
Suo
malgrado Perla fu costretta a stringere amicizia con lei. Era comunque una
cliente e non poteva ignorarla.
Nonostante
la sua gelosia, dovette ammettere che quella donna le era simpatica. Ma la
invidiava, lei poteva stare vicino a Fulvio, sperava solo che il loro rapporto
fosse rimasto in un contesto lavorativo.
Poi
un giorno i suoi sospetti diventarono realtà.
Li
vide insieme, dentro un centro commerciale, mano nella mano.
Nei
loro sguardi non c’era spazio per gli equivoci.
Sentì
cadere tutte le speranze riposte nel suo cuore. Quelle che un giorno, chissà
dove e chissà come, chissà quando, sarebbero tornati insieme e il loro amore
avrebbe trionfato su tutto.
Bene,
lui aveva un’altra.
E
allora lei gliel’avrebbe sbattuto in faccia il suo amore.
Adesso
sì, tanto non aveva più niente da perdere, ma almeno si sarebbe tolta un peso
dal cuore.
Così
la sera dopo, in preda a una specie di febbre lo chiamò.
Quando
Fulvio riconobbe la voce di Perla al telefono, ebbe un salto al cuore.
-
Perla? – aveva detto - ed era rimasto lì in silenzio. Un silenzio carico di
emozione.
-
Scusa se mi sono permessa di chiamarti, ma volevo sapere se potevamo
incontrarci, ho delle cose da dirti.
Fulvio
annaspava nel vuoto.
Sentire
la sua voce, dopo tutto quel tempo.
Lei
lo aveva sempre deliberatamente evitato. Evitato il suo sguardo, il suo saluto.
Lo aveva etichettato, come fosse stato l’uomo più vile della terra e forse non
aveva avuto torto. Ma che ne sapeva lei, di quanto l’aveva amata? Delle sue
lotte interiori, delle notti passate in bianco, di come non poteva resistere a
non vederla e per quello aveva preso a frequentare di più l’albergo.
Che
ne sapeva, di quante volte, con delle scuse domandava a Caterina di raccontarle
la sua giornata con la speranza di trovare il suo nome in quei racconti.
Come
non sapeva di quante volte aveva preso il cellulare, aveva guardato il suo nome
sulla rubrica e poi aveva rimesso giù, sconfitto, prima di chiamarla.
E
adesso, che aveva incontrato Amelia, così dolce, che gli poteva offrirle quel
futuro che lui aveva tanto sognato con Perla e non avrebbe mai avuto, Amelia, che
non aveva avuto paura a confessarle tutto il suo amore e che le aveva regalato
tutto il suo mondo, senza fantasmi e senza chiedergli nulla in cambio, adesso
lei era lì, dall’altro capo del telefono e lo voleva vedere.
Non
le avrebbe permesso di rovinarle la vita, non un’altra volta.
- Cosa
c’è di così importante che non puoi dirmi per telefono? - glielo disse in tono
aspro, ma si accorse di mentire persino a se stesso. Lui voleva vederla, e come
se voleva vederla, e voleva toccarla, odorarla …
Spostò
la cornetta e si asciugò il sudore sulla fronte … e senza attendere risposta
cedette:
- D’accordo,
devo uscire per risolvere degli appuntamenti. Aspettami al solito posto. -
Era
quasi il tramonto, quando Perla occupò posto nella macchina accanto a Fulvio.
Lui
sembrava infastidito da questo imprevisto incontro.
E
difatti non si preoccupò nemmeno di salutarla, ma l’assalì:
- Dammi
un solo motivo per il quale , per un anno hai evitato il mio sguardo , il mio
saluto, e adesso improvvisamente vuoi parlarmi.
Perla
deglutì a vuoto, stava cercando le parole giuste, per spiegargli quello che
aveva intenzione di dirgli, all’improvviso non era più convinta di aver preso
la decisione giusta, ma si fece forza e con un fil di voce glielo disse:
“
Volevo solo che sapessi, che non l’ho mai avuta davvero con te, volevo che
sapessi che il mio comportamento era dettato da ben altro, perché io ti amo, ti
ho sempre amato e non potevo, non riuscivo ad esserti amica, non più.
Volevo
che sapessi che più m’innamoravo di te e più fuggivo da te, perché sapevo che
tra noi non poteva essere. Volevo semplicemente che lo sapessi e poi sparisco
dalla tua vita, anzi già ero sparita veramente.
Adesso
le parole le uscivano, come se un fiume in piena all’improvviso fosse diventato
troppo grosso, per la sua diga.
E
quella diga era il cuore di Perla, che adesso traboccava parole ed emozioni e
non si fermava più.
Fulvio
ascoltava, ma quelle parole, invece di consolarlo lo stavano distruggendo.
"
Perché adesso, Perla, “- pensava, e sentiva la rabbia montargli dentro. - Perché
adesso che è troppo tardi, perché adesso che c’è Amelia, dimmi che sei tornata a
rovinarmi la vita" -
Rosso
in viso, con le mani che gli tremavano si girò a guardarla.
Voleva
distruggerla, ferirla:
-
Me ne infischio, al punto in cui siamo. E dimmi che cos’è cambiato ora che me
l’hai detto? Che cosa vuoi da me? Sei tu che l’hai detto, tra noi non può
esserci nulla, sei fuggita no? Contenta? Hai sempre voluto così no? E perché me
lo vieni a dire adesso? Cosa aspetti, che mi getto tra le tue braccia?
No,
non me ne frega … e mi spiace, ma sto bene, così. -
Perla
aprì lo sportello dalla macchina.
Aveva
ragione Claudia. Fulvio non era l’uomo che lei aveva immaginato.
Non
era la persona dolce, che le sorrideva e la guardava negli occhi, non era
l’uomo che lei aveva sognato.
Come
aveva potuto innamorarsi di un uomo così perfido e insensibile.
- Dimmi
che sono un verme, dai dimmelo – le stava continuando a dire – tanto ormai
resta solo quello, va bene, verme , me lo prendo, ma tu, che giochi con i
sentimenti degli altri, non sei migliore di me. -
Perla
non poteva sentire oltre. Scese dalla macchina. Lo guardò dritta negli occhi:
- No,
ti sbagli, non sono io che gioco, sei tu, che non sei capace di amare, sai che
ti dico? Non ho perso poi granché, forse aveva ragione Claudia, anzi, no,
forse, sicuramente.
E
senza aspettare repliche sbattè la portiera alle sue spalle e si allontanò da
lui. Stranamente si sentiva bene, sollevata, come se quella liberazione,
l’avesse aiutata ad allontanarsi da lui. Persino le sue parole facevano meno
male.
“Aveva
ragione Claudia” .. quelle parole lo colpirono come un schiaffo.
Doveva
essere felice per quello che gli aveva detto Perla, per l’amore che le aveva
confessato, e invece ora la odiava.
Sarebbe
stato molto meglio morire nel dubbio.
Perché,
perché era tornata? E maledettamente, nonostante tutto, non era sua, non
lo sarebbe stata mai. E ancora maledettamente
lui l’amava.
E
allora perché si era accanito così con lei?
Era
colpa del destino, di quel destino maledetto che li aveva fatti incontrare, che
si era preso gioco di loro, oppure era lui davvero sbagliato? Lui che non
riusciva mai a esprimere quello che sentiva, lui e il suo maledetto orgoglio.
E
adesso c’era Amelia, si ricordò che lo stava aspettando e che si erano promessi
una vita insieme.
Accostò
al marciapiede, distrutto.
L’aveva
vista andare via , furiosa. E anche stavolta, come tutte le altre volte, non
l’aveva richiamata.
Tardi,
era troppo tardi, per tutti e due. E lui sentiva che l’avrebbe sempre amata,
che ferirla l’aveva allontanata per sempre da lui, ma non bastava per
allontanarla dal suo cuore.
Appoggiò
la testa sulle mani, che reggevano il volante. E all’improvviso il leone era
diventato un agnellino, tutto l’orgoglio e la forza annientati . Stava
piangendo, come un bambino, piangendo il suo amore, perduto per sempre.
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