sabato 1 settembre 2012

CAPITOLO 26



CAPITOLO 26

Scoprì di stare piangendo, anche adesso, mentre ripassava con la mente quella notte in tutti i dettagli.
Perla si alzò dalla panchina, cercando un fazzoletto in borsa.
Che illusa che era stata!
Quella ferita bruciava ancora, come se tutto fosse appena accaduto.
Ricordò che poi l’aveva avuta con lui e gli aveva tolto il saluto, non riusciva a essergli amica, anche se Dio sa se ci aveva provato.
Poi lui l’aveva affrontata e chiesto spiegazioni, ma non c’era nulla da spiegare.
E poi non lo capiva.
Lui aveva cominciato a frequentare l’albergo, tutti i giorni, con la scusa di una colazione, o di un aperitivo. A volte capitava persino due volte nella stessa mattinata.
Le stava facendo un dispetto?
Possibile che volesse farle così male.
Lei era combattuta, voleva non vederlo mai più, per dimenticarlo. Ma dimenticare era impossibile. Solo il suo rapporto con Claudia, le risvegliava i ricordi.
Nello stesso tempo, aspettava con ansia il momento che lui varcava la porta dell’hotel.
E sentiva il suo sguardo su di se.
Talvolta era stata costretta a nascondersi, per celare il suo tormento, il tremore che la assaliva, quando lo vedeva entrare.
E quando, non potendo evitarlo, era costretta a salutarlo, lo faceva sempre a testa bassa e fuggiva via.
Una volta lui l’affrontò. Voleva capire per quale motivo lo stava evitando.
Che domanda stupida. Com’era possibile che non capisse? Come poteva essere così insensibile? Per non dargliela vinta, le disse che si sbagliava e che se lo ignorava, era solo perché evidentemente non si era accorta di lui, o era presa dal lavoro.
Passarono mesi, forse un anno, quando un giorno lo vide entrare insieme a una donna. Una bella donna, ma non appariscente.
Capì al volo che era una sua collega di lavoro.
Sederono insieme al tavolino. Poi lui tirò fuori una cartellina da una borsa ventiquattr’ore e cominciò a illustrarle alcune pagine.
Si girò verso di lei e le chiese due caffè: formalmente, come se lei fosse semplicemente ‘una’, come tante.
Perla, cercando di frenare la sua gelosia, si avvicinò al tavolino.
Fulvio parlava, ma quella donna, invece di ascoltarlo , era lì, che lo fissava, che fissava le labbra di lui che si muovevano.
Perla si avvicinò con circospezione e poggiò i due caffè sul tavolo, tremante, senza staccare gli occhi di dosso da lei, che continuava a fissare Fulvio.
Fulvio alzò gli occhi verso Perla, ringraziandola. Ma nel lasciarli ricadere nella cartellina, incontrarono quelli della donna davanti a lui.
Sorrise, com’era solito fare. Lei vide chiaramente lei passarsi la lingua sulle labbra, e in un attimo capì, voleva Fulvio, e non si sarebbe fermata davanti a nulla.
Lo voleva e lo avrebbe avuto, o forse lui, era già suo.
Poi quella donna cominciò a frequentare il suo albergo, sempre più spesso.
Ogni tanto Fulvio veniva a prenderla, oppure si fermava a fare colazione, ma non spesso come prima.
Suo malgrado Perla fu costretta a stringere amicizia con lei. Era comunque una cliente e non poteva ignorarla.
Nonostante la sua gelosia, dovette ammettere che quella donna le era simpatica. Ma la invidiava, lei poteva stare vicino a Fulvio, sperava solo che il loro rapporto fosse rimasto in un contesto lavorativo.
Poi un giorno i suoi sospetti diventarono realtà.
Li vide insieme, dentro un centro commerciale, mano nella mano.
Nei loro sguardi non c’era spazio per gli equivoci.
Sentì cadere tutte le speranze riposte nel suo cuore. Quelle che un giorno, chissà dove e chissà come, chissà quando, sarebbero tornati insieme e il loro amore avrebbe trionfato su tutto.
Bene, lui aveva un’altra.
E allora lei gliel’avrebbe sbattuto in faccia il suo amore.
Adesso sì, tanto non aveva più niente da perdere, ma almeno si sarebbe tolta un peso dal cuore.
Così la sera dopo, in preda a una specie di febbre lo chiamò.
Quando Fulvio riconobbe la voce di Perla al telefono, ebbe un salto al cuore.
- Perla? – aveva detto - ed era rimasto lì in silenzio. Un silenzio carico di emozione.
- Scusa se mi sono permessa di chiamarti, ma volevo sapere se potevamo incontrarci, ho delle cose da dirti.
Fulvio annaspava nel vuoto.
Sentire la sua voce, dopo tutto quel tempo.
Lei lo aveva sempre deliberatamente evitato. Evitato il suo sguardo, il suo saluto. Lo aveva etichettato, come fosse stato l’uomo più vile della terra e forse non aveva avuto torto. Ma che ne sapeva lei, di quanto l’aveva amata? Delle sue lotte interiori, delle notti passate in bianco, di come non poteva resistere a non vederla e per quello aveva preso a frequentare di più l’albergo.
Che ne sapeva, di quante volte, con delle scuse domandava a Caterina di raccontarle la sua giornata con la speranza di trovare il suo nome in quei racconti.
Come non sapeva di quante volte aveva preso il cellulare, aveva guardato il suo nome sulla rubrica e poi aveva rimesso giù, sconfitto, prima di chiamarla.
E adesso, che aveva incontrato Amelia, così dolce, che gli poteva offrirle quel futuro che lui aveva tanto sognato con Perla e non avrebbe mai avuto, Amelia, che non aveva avuto paura a confessarle tutto il suo amore e che le aveva regalato tutto il suo mondo, senza fantasmi e senza chiedergli nulla in cambio, adesso lei era lì, dall’altro capo del telefono e lo voleva vedere.
Non le avrebbe permesso di rovinarle la vita, non un’altra volta.
- Cosa c’è di così importante che non puoi dirmi per telefono? - glielo disse in tono aspro, ma si accorse di mentire persino a se stesso. Lui voleva vederla, e come se voleva vederla, e voleva toccarla, odorarla …
Spostò la cornetta e si asciugò il sudore sulla fronte … e senza attendere risposta cedette:
- D’accordo, devo uscire per risolvere degli appuntamenti. Aspettami al solito posto. -
Era quasi il tramonto, quando Perla occupò posto nella macchina accanto a Fulvio.
Lui sembrava infastidito da questo imprevisto incontro.
E difatti non si preoccupò nemmeno di salutarla, ma l’assalì:
- Dammi un solo motivo per il quale , per un anno hai evitato il mio sguardo , il mio saluto, e adesso improvvisamente vuoi parlarmi.
Perla deglutì a vuoto, stava cercando le parole giuste, per spiegargli quello che aveva intenzione di dirgli, all’improvviso non era più convinta di aver preso la decisione giusta, ma si fece forza e con un fil di voce glielo disse:
“ Volevo solo che sapessi, che non l’ho mai avuta davvero con te, volevo che sapessi che il mio comportamento era dettato da ben altro, perché io ti amo, ti ho sempre amato e non potevo, non riuscivo ad esserti amica, non più.
Volevo che sapessi che più m’innamoravo di te e più fuggivo da te, perché sapevo che tra noi non poteva essere. Volevo semplicemente che lo sapessi e poi sparisco dalla tua vita, anzi già ero sparita veramente.
Adesso le parole le uscivano, come se un fiume in piena all’improvviso fosse diventato troppo grosso, per la sua diga.
E quella diga era il cuore di Perla, che adesso traboccava parole ed emozioni e non si fermava più.
Fulvio ascoltava, ma quelle parole, invece di consolarlo lo stavano distruggendo.
" Perché adesso, Perla, “- pensava, e sentiva la rabbia montargli dentro. - Perché adesso che è troppo tardi, perché adesso che c’è Amelia, dimmi che sei tornata a rovinarmi la vita" -
Rosso in viso, con le mani che gli tremavano si girò a guardarla.
Voleva distruggerla, ferirla:
- Me ne infischio, al punto in cui siamo. E dimmi che cos’è cambiato ora che me l’hai detto? Che cosa vuoi da me? Sei tu che l’hai detto, tra noi non può esserci nulla, sei fuggita no? Contenta? Hai sempre voluto così no? E perché me lo vieni a dire adesso? Cosa aspetti, che mi getto tra le tue  braccia?
No, non me ne frega … e mi spiace, ma sto bene, così. -
Perla aprì lo sportello dalla macchina.
Aveva ragione Claudia. Fulvio non era l’uomo che lei aveva immaginato.
Non era la persona dolce, che le sorrideva e la guardava negli occhi, non era l’uomo che lei aveva sognato.
Come aveva potuto innamorarsi di un uomo così perfido e insensibile.
- Dimmi che sono un verme, dai dimmelo – le stava continuando a dire – tanto ormai resta solo quello, va bene, verme , me lo prendo, ma tu, che giochi con i sentimenti degli altri, non sei migliore di me. -
Perla non poteva sentire oltre. Scese dalla macchina. Lo guardò dritta negli occhi:
- No, ti sbagli, non sono io che gioco, sei tu, che non sei capace di amare, sai che ti dico? Non ho perso poi granché, forse aveva ragione Claudia, anzi, no, forse, sicuramente.
E senza aspettare repliche sbattè la portiera alle sue spalle e si allontanò da lui. Stranamente si sentiva bene, sollevata, come se quella liberazione, l’avesse aiutata ad allontanarsi da lui. Persino le sue parole facevano meno male.
“Aveva ragione Claudia” .. quelle parole lo colpirono come un schiaffo.
Doveva essere felice per quello che gli aveva detto Perla, per l’amore che le aveva confessato, e invece ora la odiava.
Sarebbe stato molto meglio morire nel dubbio.
Perché, perché era tornata? E maledettamente, nonostante tutto, non era sua, non lo sarebbe stata mai. E ancora  maledettamente lui l’amava.
E allora perché si era accanito così con lei?
Era colpa del destino, di quel destino maledetto che li aveva fatti incontrare, che si era preso gioco di loro, oppure era lui davvero sbagliato? Lui che non riusciva mai a esprimere quello che sentiva, lui e il suo maledetto orgoglio.
E adesso c’era Amelia, si ricordò che lo stava aspettando e che si erano promessi una vita insieme.
Accostò al marciapiede, distrutto.
L’aveva vista andare via , furiosa. E anche stavolta, come tutte le altre volte, non l’aveva richiamata.
Tardi, era troppo tardi, per tutti e due. E lui sentiva che l’avrebbe sempre amata, che ferirla l’aveva allontanata per sempre da lui, ma non bastava per allontanarla dal suo cuore.
Appoggiò la testa sulle mani, che reggevano il volante. E all’improvviso il leone era diventato un agnellino, tutto l’orgoglio e la forza annientati . Stava piangendo, come un bambino, piangendo il suo amore, perduto per sempre.

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