venerdì 31 agosto 2012

CAPITOLO 27



CAPITOLO 27

Perla camminava.
Presa nei suoi ricordi non si era accorta di essere arrivata ormai in centro.
Deviò sotto il ponte, a pochi passi dalla libreria, diretta in farmacia.
Guardò l’ora.
Anche se si era attardata sulla panchina, non aveva impiegato molto tempo ad arrivare.
E’ strano come la mente corra molto più di noi.
I pensieri, i ricordi, i sogni, tutto viaggia velocemente e quando torni in te credi sia passata una vita, invece sono trascorsi solo attimi.
La farmacia era affollata.
Perla rassegnata si mise in fila, aspettando il proprio turno.
Dopo un tempo che le parve interminabile, finalmente fu il suo turno.
Adesso non le restava che prendere il pane e tornare.
Ma non ne aveva voglia.
Si augurò che Valerio continuasse a dormire, e che la febbre non salisse troppo.
Sospirò, si rese conto di aver avuto bisogno di essere sola, da troppo.
Sola, libera nei suoi pensieri, dopo un periodo stressante così.
Perché, perché dopo dieci anni Fulvio era tornato a sconvolgerle ancora la vita?
E perché ci aveva messo dieci anni a dirle che la amava?
Rivide mentalmente la scritta sulla sabbia.
Adesso, però, era scomparso.
Grata a quell’ora di libertà, decise di entrare in libreria.
C’erano due negozi dei quali Perla non resisteva all’invito; i negozi di musica e quelli di libri.
Per lei era come un richiamo e non riusciva mai a sottrarsi.
E la libreria di San Benedetto era grande e accogliente.
Ricordò di esserci stata anche con Claudia, quell’anno che avevano deciso di fare una settimana insieme di vacanza.
E per l’appunto la scelta era caduta su San Benedetto.
Perla adorava l’odore dei libri nuovi.
Era una sensazione bella che si portava dietro dalla scuola, quando da bimba  ti piace annusare i fogli con loro odore di nuovo. Ancora oggi istintivamente, prese un libro da uno scaffale e l’avvicinò al naso.
Si vergognava un po’, nel farlo, ma era più forte di lei.
Passò in rassegna molti titoli.
Essendo un’accanita lettrice, riconosceva ormai gran parte degli scrittori e il loro stile.
Amava i romanzi, quelli impegnati, ma non disdegnava l’avventura e i libri di filosofia.
Aveva letto molti thriller, ma non erano il suo genere preferito. Odiava la violenza, e il modo di descrivere di certi autori, che ti facevano venire il vomito.
Il suo autore preferito era Ken Follet, e quando aveva bisogno di una lettura più leggera, ripiegava su Fabio Volo.
Usava leggere le prefazioni sul retro della copertina, prima di fare un acquisto, ma non sempre un libro, apparentemente presentato a un certo modo, rispecchiava poi i suoi gusti.
Alla fine lo leggeva suo malgrado, ma impiegava molto più tempo.
Si aggirò tra gli scaffali, prendendo in mano ora l’uno, ora l’altro libro e valutando se fare un acquisto o meno. Le vacanze si ‘accorciavano’ e avrebbe avuto molto meno tempo per la lettura, ciò nonostante era tentata.
Girando s’imbatté nel reparto dedicato alla scuola.
Essendo agosto gli scaffali già straripavano di ogni sorta di diari, quaderni, agende, penne, gadget.
Tutte le volte che Perla capitava in quei reparti, era assalita dalla nostalgia.
Quanto sarebbe tornata volentieri a quegli anni!
E non era solo perché torni bambino, o ragazzo.
Era proprio la scuola che le mancava. Lei, stupidamente come accade a tanti in adolescenza, non aveva finito la scuola, per pentirsene in seguito.
Era stata tentata più volte, di riprendere, anche privatamente, ma poi aveva desistito, presa dalla vita e dai suoi problemi.
A volte la nostalgia, era talmente forte, che alla fine acquistava un diario per se.
Pensò a suo figlio Lorenzo.
Lui, al contrario di sua madre, non amava fare spese per la scuola e anche da grande era stata sempre Perla a scegliere per lui.
Alla fine, acquistò un libro nel settore economico, uno di quei libri, che pur essendo belli, passato un certo periodo, finisce tra i tascabili.
Uscì a malincuore dalla libreria.
Poi entrò in un panificio e acquistò dei panini freschi per l’indomani, sempre che l’indomani, si augurò, Valerio fosse stato in grado di uscire.
Ripassò davanti alla libreria. Era passato un bel po’ di tempo. Decise di chiamarlo, si appoggiò alla vetrina e prese il cellulare:
- ‘Amo’, come va? - Gli domandò quando lo sentì dall’altra parte.
- Insomma, - le rispose con voce nasale - mi sento tutto ‘attappato’,- Credo di aver dormito molto, forse la febbre è scesa un po’, non so, sento meno freddo e sono passati i brividi .Tu dove sei?
- Sono vicino la farmacia. Ma devo ancora prendere qualcosa per domani. Pensi di resistere in mia assenza, oppure devo sbrigarmi a tornare? Sai pensavo di fare una passeggiata verso le bancarelle.
Era vero. Le dispiaceva lasciare Valerio in quelle condizioni da solo ed era combattuta di tornare prima possibile. Ma allo stesso tempo non voleva rinunciare a dedicarsi ancora un po’ di tempo.
- No, tranquilla, però non tardare moltissimo, non è la febbre che mi preoccupa, è il mio cuore, lo sai che mi manchi… ti amo. - aggiunse.
Perla sorrise e salutandolo le inviò un bacio per telefono.
Erano passati anni ma Valerio era sempre quello di ieri e non smetteva mai di ricordarle quanto la amava.
Ripose il cellulare, sollevata all’idea di potersi dedicare ancora un po’ di tempo. Ripassando davanti alla vetrina della libreria, non seppe resistere, e ancora una volta, si piegò, accostando la faccia alla vetrina dei libri per guardare meglio.
Il riflesso del sole addosso ai vetri offuscava un po’ i titoli.
Stava per rialzarsi, ma si bloccò a metà.
Qualcuno, riflesso nel vetro, dietro un paio di occhiali da sole, la stava fissando.
Era appoggiato a un palo di un lampione, con le braccia conserte e , doveva aver visto la sua espressione nel vederlo , oppure doveva averla immaginata, perché adesso le sorrideva dal riflesso, alquanto divertito.
Non c’erano dubbi. Perla l’avrebbe riconosciuto, pure se invece degli occhiali avesse portato una maschera.
Fulvio. Lei era rimasta lì, girata verso la vetrina, piegata a metà, con la bocca spalancata.
Da quanto tempo era là? L’aveva seguita o ci si trovava per caso?
Perla si accorse che aveva cominciato a tremare, respirò a vuoto, cercando di calmarsi.
Poi lui si avvicinò e lei si costrinse a girarsi verso lui, molto lentamente.
Le tolse le buste dalle mani:
- Posso? -
Lei, come in trance, lo lasciò fare.
- Comunque buonasera. -Sorrideva dietro gli occhiali:
 - Sono indiscreto se ti offro un caffè’?
- Buonasera – Perla  salutò con un filo di voce, la poca che le riusciva ad uscire dalla gola che si era improvvisamente seccata, e lo seguì dall’altra parte della strada.
Ancora non riusciva a riprendersi.
Lui era ricomparso, come dal nulla. Allungò il passo per stargli dietro. Il cuore le batteva a mille.
Non gli aveva nemmeno risposto. Ma tanto si sa, lui con lei la spuntava sempre.
Da sempre, quando Perla era con lui, non era capace d’imporsi, anzi talvolta non era capace nemmeno di parlare. Lui aveva sempre annullato la sua volontà.
All’improvviso ebbe paura d’incontrare Amelia, magari lei era lì e li stava aspettando al bar …
Invece no. Fulvio era solo. La pregò di accomodarsi a un tavolo, le porse le buste e sparì dentro al bar.
Mentre le girava le spalle, Perla, si sorprese a fissarlo.
Quelle spalle ... Perla s’accorse di volerle accarezzare ..
Erano passati dieci anni, ma per Fulvio sembrava che il tempo non passasse. Era rimasto tale e quale.
Tornò al tavolo e si mise seduto.
Tirò su gli occhiali e la guardò, apparentemente ancora molto divertito.
- Ora viene il cameriere. E,  la tua dolce metà? - le chiese poi, riferendosi chiaramente a Valerio.
- E’ a letto, influenzato. - rispose Perla, ma si sarebbe morsa la lingua.
Perché glielo aveva detto? Non erano affari suoi.
Poi s’impose di non domandargli a sua volta di Amelia.
- Sono venuta in centro appunto per acquistare dei farmaci.- Aggiunse poi.
Era curiosa, avrebbe voluto chiedergli perché era sparito così, ma si trattenne.
Non voleva dargliela vinta, non voleva fargli capire che si era rosa il cuore, aspettandolo.
Come leggendo nei suoi pensieri lui la precedette:
 - Sono tornato oggi.  L’altro giorno siamo dovuti partire all’improvviso. Il papà di Amelia ha avuto un malore e l’hanno ricoverato.
- Oh, mi spiace. –
-       Ecco perché era
scomparso!
 –  E adesso come sta? - Chiese premurosa.
 - Non molto bene purtroppo.  Amelia è rimasta con la mamma , per aiutarla. Volevo restare anch’io, ma avevo pagato l’albergo in anticipo e Caterina si è offerta di tornare con me e farmi compagnia.
- Ma dai, c’è Caterina! Quando torno in albergo devo assolutamente salutarla.
-  Non ti mancherà occasione. A dire il vero era con me, con Daniele, è venuto anche lui, ma quando ti ho visto, le ho dato le chiavi della macchina e gli ho detto che volevo fare due passi. Così loro sono già andati in albergo … spero non ti dispiaccia. - E così dicendo la guardò dritta negli occhi.
Perla sostenne il suo sguardo. Ci fu un attimo imbarazzante, per fortuna interrotto dal cameriere che nel frattempo si era avvicinato al loro tavolo.
Ordinarono due caffè con panna.
Perla ricordò che Daniele era il fidanzato di Caterina, un bel ragazzo moro con due occhi azzurri come il mare.
Erano insieme dal primo superiore, ma stavano continuando entrambi gli studi e per ora nessuno dei due aveva intenzione di sistemarsi.
Il cameriere tornò quasi subito, Fulvio lo pagò e lo congedò subito.
- Ti va dopo di fare due passi verso la spiaggia? Sempre se non sono molto invadente.
 - Non posso tardare molto - rispose Perla pensando a Valerio - però tanto siamo di strada, perché no… e poi scusa, – aggiunse con una  mezza risatina -  le buste qualcuno dovrà pure portarmele.
Fulvio sorrise a sua volta:
- Non siamo un po’ opportuniste? - allungò una mano e le sfiorò il braccio.
Perla avvertì una scossa dalla testa ai piedi.
Senza volerlo, istintivamente si ritrasse. Poi appoggiò la schiena alla sedia e girò il viso altrove.
Dovunque, pur di non guardare nei suoi occhi.
Dovunque pur di celare il suo turbamento e l’imbarazzo che provava quando lui la guardava.
Presero il caffè in silenzio, poi lui si alzò, prese le buste e le porse l’altra mano, invitandola a seguirlo.
Lei le prese la mano e insieme s’incamminarono fuori dal centro, diretti verso il parco.
S’incamminarono così, mano nella mano, parlando del più e del meno, tra gli alberi e tra la gente. Il parco a quell’ora era pieno di bambini, alcuni erano sulle giostre, altri correvano e urlavano, giocando.
Le mamme spingendo i passeggini parlavano tra loro.
Ogni tanto passava qualcuno in bicicletta. Perla era distante da tutto questo, la vicinanza di Fulvio non lasciava spazio ad altre sensazioni, se non quelle del suo cuore e del suo corpo. Lui parlava e lei le rispondeva, ma talvolta si accorse di non essere sicura di averlo ascoltato.
Lei era semplicemente e soltanto rapita, da lui, dai suoi gesti, dai suoi occhi, dalla sua voce, dalle sue labbra.
Passeggiarono affiancando le bancarelle, che cominciavano ad aprire allora; le stesse bancarelle che pochi giorni prima avevano visto il loro primo incontro.
- Andiamo un po’ in spiaggia – le propose Fulvio.
E la trascinò verso la darsena.
Lì c’era un piccolo cantiere navale con delle vecchie navi che Perla ricordò essere lì da una vita.
Più in là c’era una piccola spiaggia libera, appena su strada, adiacente alla passeggiata.
Scavalcarono il muretto che divideva la spiaggia dalla strada.
Poi si tolsero le scarpe e si avvicinarono alla riva.
Fulvio posò le buste. Poi si tolse la maglietta restando a dorso nudo. La poggiò sulla sabbia:
- Vieni, siediti, non è molto grande, ma il tuo sederino qui c’entra benissimo - e aveva ammiccato dicendoglielo.
Perla non si era fatta pregare. Si mise seduta e lui sedette vicino a lei.
Troppo vicino.
Perla cercò di non pensarlo lì e volse lo sguardo verso l’orizzonte. Ancora il sole era alto, ma ben presto sarebbe calato. C’era ancora qualche bagnante che nuotava nell’acqua, ma in spiaggia non c’era più molta gente. Il riflesso del sole disegnava tante piccole stelle
a fior d’acqua.
Per qualche minuto stettero vicini così, i corpi che si sfioravano, ognuno poteva sentire il respiro dell’altro.
Fulvio interruppe il silenzio:
- Non mi ero mai accorto di amare tanto il mare quanto quest’anno – disse.
- Ah, io no – ribatté Perla – io l’ho sempre adorato.
Lui le cinse le spalle con un braccio e l’attirò a se.
Lei si lasciò cullare dal suo abbraccio e senza rendersene conto allungò un braccio e gli circondò a sua volta i fianchi, stringendosi un po’ di più a lui.
E sapeva quale sarebbe stato il prossimo gesto di Fulvio, ormai lo conosceva come le sue tasche.
E, infatti, lui, presole il mento fra le mani, la costrinse a guardarlo.
- Ho voglia di te - le disse.
Perla continuò a guardarlo negli occhi senza rispondere. E ci vide dentro tutto il desiderio che lui aveva. Ed era convinta che allo stesso modo lui potesse leggere in lei.
Non riusciva a parlare. Sapeva che era impensabile che lui potesse prenderla su quella spiaggia, a quell’ora del pomeriggio e davanti a tutti, ma capiva che il suo era un invito. Un invito al quale lei non riusciva a sottrarsi, eppure doveva, doveva resistergli.
Come il solito lui la sorprendeva carpendole i pensieri:
-  E anche tu hai voglia di me, non puoi negarlo, non puoi continuare a fuggire, non puoi sempre fuggire   – e quest’ultima frase la rimarcò più lentamente, come per ricordarle le parole di anni prima.
Ed era vero. Aveva ragione. Inconsciamente Perla era sempre fuggita da lui. Per i suoi sensi di colpa, e ancora adesso stava permettendo che accadesse ancora.
Non ottenendo risposta Fulvio si sciolse dal suo abbraccio. Si alzò e si avvicinò di più alla riva, poi si chinò a raccogliere dei sassi , li lanciava in acqua, facendoli rimbalzare.
Perla era rimasta seduta e lo guardava.
Vedeva i cerchi concentrici formarsi nel mare e allargarsi via, via.. la sua mente e il suo cuore sembravano scoppiare … e lei si sentiva andare a fondo come quei sassi.
Si alzò e le si avvicinò
- Non posso. - E stava male mentre glielo diceva. 
Vide lo sguardo di lui indurirsi, conosceva troppo bene quegli occhi, quando cambiavano colore, neanche in quel caso Fulvio era mai cambiato.
-  Non vuoi - le fece osservare – di un po’, ma perché continui a farti del male.
Mentre le parlava i suoi occhi, non erano solo cattivi , erano anche tristi.
Perla aveva mille motivi per il suo rifiuto, ma non riusciva a spiegarsi. Sapeva che non sarebbero bastati a Fulvio, e non bastavano a lei, per celare la voglia che aveva di lui, quel desiderio insopportabile, che diventava  dolore tutte le volte che non poteva averlo.
E lo amava, con tutta se stessa, lo amava.
Afferrò Fulvio per un braccio, costringendolo a fermarsi, per guardarla meglio:
 - Ti giuro, Dio sa se vorrei e quanto male mi faccio, ma non posso, anzi non dobbiamo … non pensi alle persone che ci sono vicine? -  Per un attimo le si affacciò alla mente il viso di Valerio.
 -  Credi che per me sia più facile? – montò su Fulvio - Affatto. Ci ho pensato, ci penso ancora, e per averci pensato troppo ti ho persa … e non me lo perdono ancora.
Poi le prese di nuovo le mani.
Erano così vicini, gli occhi negli occhi. Consci di toccarsi, consci di amarsi.
 Perla aveva una voglia pazza di baciarlo. Si alzò in punta di piedi e si fece più vicina, poi poggiò le sue labbra su quelle di lui e si lasciò andare.
Sentì la lingua di lui cercare la sua, sentì che la stringeva a se con forza, e avvertì il desiderio di lui crescere.
Lo strinse ancora di più, i respiri si erano fatti corti.
Poi lui si staccò
- Facciamo il bagno - le disse.
- Ma non ho il costume. – Perla era spiaciuta
- Nemmeno io - sorrise lui – ma che importa, una volta dentro chi se ne accorge?
Avrai pure qualcosa d’intimo addosso e sennò ti spogli in acqua – sorrise ammiccando -
Perla avrebbe voluto entrare in acqua con lui e  restare lì per l’infinito, circondata dalle onde del mare, sciolta nel suo abbraccio.
Ma non poteva, con quale scusa sarebbe tornata bagnata in albergo?
All’improvviso ricordò Valerio. Che l’aspettava in hotel febbricitante.
Si accorse che era sceso il tramonto.
- Non posso, oddio si è fatto tardi, devo scappare, - si avvicinò a Fulvio- che fai, vieni con me? -
Controvoglia Fulvio raccolse la maglietta in terra. La spolverò dalla sabbia e la rinfilò. Poi la seguì verso la strada.
Arrivarono in albergo. Durante la strada nessuno dei due aveva detto parola, lasciando che quel silenzio complice parlasse per loro.
Arrivati davanti al cancello d’entrata Fulvio la bloccò:
  - Devo sparire? - Glielo chiese guardandola dritta negli occhi. Non era importante quello che lei avrebbe risposto, ma quello che avrebbe letto in lei.
Perla lo guardò innamorata e disperata:
- Forse , sarebbe meglio.
- Forse, sarebbe, non è una risposta. – Sentenziò lui –
Perché, perché non la capiva? Perché non si rendeva conto di quello che le chiedeva?
Perla voleva dirgli di andare via, di non cercarla più, ma allo stesso tempo stava malissimo all’idea di perderlo.
-  Fai come credi – le disse alla fine, sconfitta. Con quella risposta Perla, conoscendo Fulvio era sicura di averlo perso davvero. Fece per girarsi e andarsene, in preda allo sconforto.
Lui l’afferrò forte per un braccio, le fece quasi male.
- Facile eh? - ora la guardava con sfida – No, voglio sentirlo da te, e non credere che mi rassegnerò a perderti senza averti avuta, una volta ancora almeno tutta per me e so che tu lo vuoi anche.
Parlava fiero, sicuro del fatto suo, passava con lo sguardo per i suoi occhi e le trafiggeva l’anima annientando le sue volontà.
Perla abbassò lo sguardo.
- Ti prego, Fulvio. E’ vero, io ti voglio, e ci sto male
Non capisci che io non mi accontenterei di una volta con te? Non capisci che non mi basterebbe e poi diventerebbe tutto più difficile. Non voglio stare più male di così, non più di quanto lo sia stata tutto questo tempo. - E glielo urlò quasi.
- E chi ti dice che le cose non potrebbero cambiare?-
Quelle parole la colpirono come una botta in testa ricevuta.
- No, me lo dicesti una volta tu, non al punto in cui siamo, ti prego Fulvio non insistere. – Si stava arrampicando agli specchi e lo sapeva benissimo.
Fulvio lasciò la presa. Poi sconfitto, le fece una carezza sul volto. Una carezza dolce, come a regalarle l’ultimo gesto del suo amore:
- D’accordo, se è questo che vuoi.  Niente da fare, vero? Noi siamo destinati a perdersi. Però stavolta voglio che tu lo sappia. Ricordi una volta che ti dissi. Che sono un pollo.
Bè continuo a essere un pollo. Anche adesso che ti perdo ancora. Perché sai che vorrei fare adesso? Vorrei portarti di sopra in camera, spogliarti ed amarti per una settimana intera. Dopodiché, ti legherei perché tu non possa sfuggirmi più e ti amerei e ti proteggerei per tutta la vita.
E invece che faccio? Ti lascio andare, come un pollo. Sono un pollo, e resto un pollo, un maledettissimo pollo.
Perla stava lottando con se stessa per non piangere.
Quelle parole le stavano entrando dentro annullando tutti i suoi sforzi per resistere.
Ricambiò la sua carezza, proprio appena in tempo, prima che lui si girasse per andarsene:
- Fulvio, non dimenticarlo mai, qualunque cosa accada, io ti amo. -
Poi si mise a correre, attraversò l’atrio e si diresse per le scale.
Non poteva attendere l’ascensore, non poteva restare un secondo in più davanti ai suoi occhi, non poteva o non ce l’avrebbe fatta.
Mentre saliva le scale il cuore era diventato pesante, pesante ... come piombo.




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