venerdì 31 agosto 2012

CAPITOLO 27



CAPITOLO 27

Perla camminava.
Presa nei suoi ricordi non si era accorta di essere arrivata ormai in centro.
Deviò sotto il ponte, a pochi passi dalla libreria, diretta in farmacia.
Guardò l’ora.
Anche se si era attardata sulla panchina, non aveva impiegato molto tempo ad arrivare.
E’ strano come la mente corra molto più di noi.
I pensieri, i ricordi, i sogni, tutto viaggia velocemente e quando torni in te credi sia passata una vita, invece sono trascorsi solo attimi.
La farmacia era affollata.
Perla rassegnata si mise in fila, aspettando il proprio turno.
Dopo un tempo che le parve interminabile, finalmente fu il suo turno.
Adesso non le restava che prendere il pane e tornare.
Ma non ne aveva voglia.
Si augurò che Valerio continuasse a dormire, e che la febbre non salisse troppo.
Sospirò, si rese conto di aver avuto bisogno di essere sola, da troppo.
Sola, libera nei suoi pensieri, dopo un periodo stressante così.
Perché, perché dopo dieci anni Fulvio era tornato a sconvolgerle ancora la vita?
E perché ci aveva messo dieci anni a dirle che la amava?
Rivide mentalmente la scritta sulla sabbia.
Adesso, però, era scomparso.
Grata a quell’ora di libertà, decise di entrare in libreria.
C’erano due negozi dei quali Perla non resisteva all’invito; i negozi di musica e quelli di libri.
Per lei era come un richiamo e non riusciva mai a sottrarsi.
E la libreria di San Benedetto era grande e accogliente.
Ricordò di esserci stata anche con Claudia, quell’anno che avevano deciso di fare una settimana insieme di vacanza.
E per l’appunto la scelta era caduta su San Benedetto.
Perla adorava l’odore dei libri nuovi.
Era una sensazione bella che si portava dietro dalla scuola, quando da bimba  ti piace annusare i fogli con loro odore di nuovo. Ancora oggi istintivamente, prese un libro da uno scaffale e l’avvicinò al naso.
Si vergognava un po’, nel farlo, ma era più forte di lei.
Passò in rassegna molti titoli.
Essendo un’accanita lettrice, riconosceva ormai gran parte degli scrittori e il loro stile.
Amava i romanzi, quelli impegnati, ma non disdegnava l’avventura e i libri di filosofia.
Aveva letto molti thriller, ma non erano il suo genere preferito. Odiava la violenza, e il modo di descrivere di certi autori, che ti facevano venire il vomito.
Il suo autore preferito era Ken Follet, e quando aveva bisogno di una lettura più leggera, ripiegava su Fabio Volo.
Usava leggere le prefazioni sul retro della copertina, prima di fare un acquisto, ma non sempre un libro, apparentemente presentato a un certo modo, rispecchiava poi i suoi gusti.
Alla fine lo leggeva suo malgrado, ma impiegava molto più tempo.
Si aggirò tra gli scaffali, prendendo in mano ora l’uno, ora l’altro libro e valutando se fare un acquisto o meno. Le vacanze si ‘accorciavano’ e avrebbe avuto molto meno tempo per la lettura, ciò nonostante era tentata.
Girando s’imbatté nel reparto dedicato alla scuola.
Essendo agosto gli scaffali già straripavano di ogni sorta di diari, quaderni, agende, penne, gadget.
Tutte le volte che Perla capitava in quei reparti, era assalita dalla nostalgia.
Quanto sarebbe tornata volentieri a quegli anni!
E non era solo perché torni bambino, o ragazzo.
Era proprio la scuola che le mancava. Lei, stupidamente come accade a tanti in adolescenza, non aveva finito la scuola, per pentirsene in seguito.
Era stata tentata più volte, di riprendere, anche privatamente, ma poi aveva desistito, presa dalla vita e dai suoi problemi.
A volte la nostalgia, era talmente forte, che alla fine acquistava un diario per se.
Pensò a suo figlio Lorenzo.
Lui, al contrario di sua madre, non amava fare spese per la scuola e anche da grande era stata sempre Perla a scegliere per lui.
Alla fine, acquistò un libro nel settore economico, uno di quei libri, che pur essendo belli, passato un certo periodo, finisce tra i tascabili.
Uscì a malincuore dalla libreria.
Poi entrò in un panificio e acquistò dei panini freschi per l’indomani, sempre che l’indomani, si augurò, Valerio fosse stato in grado di uscire.
Ripassò davanti alla libreria. Era passato un bel po’ di tempo. Decise di chiamarlo, si appoggiò alla vetrina e prese il cellulare:
- ‘Amo’, come va? - Gli domandò quando lo sentì dall’altra parte.
- Insomma, - le rispose con voce nasale - mi sento tutto ‘attappato’,- Credo di aver dormito molto, forse la febbre è scesa un po’, non so, sento meno freddo e sono passati i brividi .Tu dove sei?
- Sono vicino la farmacia. Ma devo ancora prendere qualcosa per domani. Pensi di resistere in mia assenza, oppure devo sbrigarmi a tornare? Sai pensavo di fare una passeggiata verso le bancarelle.
Era vero. Le dispiaceva lasciare Valerio in quelle condizioni da solo ed era combattuta di tornare prima possibile. Ma allo stesso tempo non voleva rinunciare a dedicarsi ancora un po’ di tempo.
- No, tranquilla, però non tardare moltissimo, non è la febbre che mi preoccupa, è il mio cuore, lo sai che mi manchi… ti amo. - aggiunse.
Perla sorrise e salutandolo le inviò un bacio per telefono.
Erano passati anni ma Valerio era sempre quello di ieri e non smetteva mai di ricordarle quanto la amava.
Ripose il cellulare, sollevata all’idea di potersi dedicare ancora un po’ di tempo. Ripassando davanti alla vetrina della libreria, non seppe resistere, e ancora una volta, si piegò, accostando la faccia alla vetrina dei libri per guardare meglio.
Il riflesso del sole addosso ai vetri offuscava un po’ i titoli.
Stava per rialzarsi, ma si bloccò a metà.
Qualcuno, riflesso nel vetro, dietro un paio di occhiali da sole, la stava fissando.
Era appoggiato a un palo di un lampione, con le braccia conserte e , doveva aver visto la sua espressione nel vederlo , oppure doveva averla immaginata, perché adesso le sorrideva dal riflesso, alquanto divertito.
Non c’erano dubbi. Perla l’avrebbe riconosciuto, pure se invece degli occhiali avesse portato una maschera.
Fulvio. Lei era rimasta lì, girata verso la vetrina, piegata a metà, con la bocca spalancata.
Da quanto tempo era là? L’aveva seguita o ci si trovava per caso?
Perla si accorse che aveva cominciato a tremare, respirò a vuoto, cercando di calmarsi.
Poi lui si avvicinò e lei si costrinse a girarsi verso lui, molto lentamente.
Le tolse le buste dalle mani:
- Posso? -
Lei, come in trance, lo lasciò fare.
- Comunque buonasera. -Sorrideva dietro gli occhiali:
 - Sono indiscreto se ti offro un caffè’?
- Buonasera – Perla  salutò con un filo di voce, la poca che le riusciva ad uscire dalla gola che si era improvvisamente seccata, e lo seguì dall’altra parte della strada.
Ancora non riusciva a riprendersi.
Lui era ricomparso, come dal nulla. Allungò il passo per stargli dietro. Il cuore le batteva a mille.
Non gli aveva nemmeno risposto. Ma tanto si sa, lui con lei la spuntava sempre.
Da sempre, quando Perla era con lui, non era capace d’imporsi, anzi talvolta non era capace nemmeno di parlare. Lui aveva sempre annullato la sua volontà.
All’improvviso ebbe paura d’incontrare Amelia, magari lei era lì e li stava aspettando al bar …
Invece no. Fulvio era solo. La pregò di accomodarsi a un tavolo, le porse le buste e sparì dentro al bar.
Mentre le girava le spalle, Perla, si sorprese a fissarlo.
Quelle spalle ... Perla s’accorse di volerle accarezzare ..
Erano passati dieci anni, ma per Fulvio sembrava che il tempo non passasse. Era rimasto tale e quale.
Tornò al tavolo e si mise seduto.
Tirò su gli occhiali e la guardò, apparentemente ancora molto divertito.
- Ora viene il cameriere. E,  la tua dolce metà? - le chiese poi, riferendosi chiaramente a Valerio.
- E’ a letto, influenzato. - rispose Perla, ma si sarebbe morsa la lingua.
Perché glielo aveva detto? Non erano affari suoi.
Poi s’impose di non domandargli a sua volta di Amelia.
- Sono venuta in centro appunto per acquistare dei farmaci.- Aggiunse poi.
Era curiosa, avrebbe voluto chiedergli perché era sparito così, ma si trattenne.
Non voleva dargliela vinta, non voleva fargli capire che si era rosa il cuore, aspettandolo.
Come leggendo nei suoi pensieri lui la precedette:
 - Sono tornato oggi.  L’altro giorno siamo dovuti partire all’improvviso. Il papà di Amelia ha avuto un malore e l’hanno ricoverato.
- Oh, mi spiace. –
-       Ecco perché era
scomparso!
 –  E adesso come sta? - Chiese premurosa.
 - Non molto bene purtroppo.  Amelia è rimasta con la mamma , per aiutarla. Volevo restare anch’io, ma avevo pagato l’albergo in anticipo e Caterina si è offerta di tornare con me e farmi compagnia.
- Ma dai, c’è Caterina! Quando torno in albergo devo assolutamente salutarla.
-  Non ti mancherà occasione. A dire il vero era con me, con Daniele, è venuto anche lui, ma quando ti ho visto, le ho dato le chiavi della macchina e gli ho detto che volevo fare due passi. Così loro sono già andati in albergo … spero non ti dispiaccia. - E così dicendo la guardò dritta negli occhi.
Perla sostenne il suo sguardo. Ci fu un attimo imbarazzante, per fortuna interrotto dal cameriere che nel frattempo si era avvicinato al loro tavolo.
Ordinarono due caffè con panna.
Perla ricordò che Daniele era il fidanzato di Caterina, un bel ragazzo moro con due occhi azzurri come il mare.
Erano insieme dal primo superiore, ma stavano continuando entrambi gli studi e per ora nessuno dei due aveva intenzione di sistemarsi.
Il cameriere tornò quasi subito, Fulvio lo pagò e lo congedò subito.
- Ti va dopo di fare due passi verso la spiaggia? Sempre se non sono molto invadente.
 - Non posso tardare molto - rispose Perla pensando a Valerio - però tanto siamo di strada, perché no… e poi scusa, – aggiunse con una  mezza risatina -  le buste qualcuno dovrà pure portarmele.
Fulvio sorrise a sua volta:
- Non siamo un po’ opportuniste? - allungò una mano e le sfiorò il braccio.
Perla avvertì una scossa dalla testa ai piedi.
Senza volerlo, istintivamente si ritrasse. Poi appoggiò la schiena alla sedia e girò il viso altrove.
Dovunque, pur di non guardare nei suoi occhi.
Dovunque pur di celare il suo turbamento e l’imbarazzo che provava quando lui la guardava.
Presero il caffè in silenzio, poi lui si alzò, prese le buste e le porse l’altra mano, invitandola a seguirlo.
Lei le prese la mano e insieme s’incamminarono fuori dal centro, diretti verso il parco.
S’incamminarono così, mano nella mano, parlando del più e del meno, tra gli alberi e tra la gente. Il parco a quell’ora era pieno di bambini, alcuni erano sulle giostre, altri correvano e urlavano, giocando.
Le mamme spingendo i passeggini parlavano tra loro.
Ogni tanto passava qualcuno in bicicletta. Perla era distante da tutto questo, la vicinanza di Fulvio non lasciava spazio ad altre sensazioni, se non quelle del suo cuore e del suo corpo. Lui parlava e lei le rispondeva, ma talvolta si accorse di non essere sicura di averlo ascoltato.
Lei era semplicemente e soltanto rapita, da lui, dai suoi gesti, dai suoi occhi, dalla sua voce, dalle sue labbra.
Passeggiarono affiancando le bancarelle, che cominciavano ad aprire allora; le stesse bancarelle che pochi giorni prima avevano visto il loro primo incontro.
- Andiamo un po’ in spiaggia – le propose Fulvio.
E la trascinò verso la darsena.
Lì c’era un piccolo cantiere navale con delle vecchie navi che Perla ricordò essere lì da una vita.
Più in là c’era una piccola spiaggia libera, appena su strada, adiacente alla passeggiata.
Scavalcarono il muretto che divideva la spiaggia dalla strada.
Poi si tolsero le scarpe e si avvicinarono alla riva.
Fulvio posò le buste. Poi si tolse la maglietta restando a dorso nudo. La poggiò sulla sabbia:
- Vieni, siediti, non è molto grande, ma il tuo sederino qui c’entra benissimo - e aveva ammiccato dicendoglielo.
Perla non si era fatta pregare. Si mise seduta e lui sedette vicino a lei.
Troppo vicino.
Perla cercò di non pensarlo lì e volse lo sguardo verso l’orizzonte. Ancora il sole era alto, ma ben presto sarebbe calato. C’era ancora qualche bagnante che nuotava nell’acqua, ma in spiaggia non c’era più molta gente. Il riflesso del sole disegnava tante piccole stelle
a fior d’acqua.
Per qualche minuto stettero vicini così, i corpi che si sfioravano, ognuno poteva sentire il respiro dell’altro.
Fulvio interruppe il silenzio:
- Non mi ero mai accorto di amare tanto il mare quanto quest’anno – disse.
- Ah, io no – ribatté Perla – io l’ho sempre adorato.
Lui le cinse le spalle con un braccio e l’attirò a se.
Lei si lasciò cullare dal suo abbraccio e senza rendersene conto allungò un braccio e gli circondò a sua volta i fianchi, stringendosi un po’ di più a lui.
E sapeva quale sarebbe stato il prossimo gesto di Fulvio, ormai lo conosceva come le sue tasche.
E, infatti, lui, presole il mento fra le mani, la costrinse a guardarlo.
- Ho voglia di te - le disse.
Perla continuò a guardarlo negli occhi senza rispondere. E ci vide dentro tutto il desiderio che lui aveva. Ed era convinta che allo stesso modo lui potesse leggere in lei.
Non riusciva a parlare. Sapeva che era impensabile che lui potesse prenderla su quella spiaggia, a quell’ora del pomeriggio e davanti a tutti, ma capiva che il suo era un invito. Un invito al quale lei non riusciva a sottrarsi, eppure doveva, doveva resistergli.
Come il solito lui la sorprendeva carpendole i pensieri:
-  E anche tu hai voglia di me, non puoi negarlo, non puoi continuare a fuggire, non puoi sempre fuggire   – e quest’ultima frase la rimarcò più lentamente, come per ricordarle le parole di anni prima.
Ed era vero. Aveva ragione. Inconsciamente Perla era sempre fuggita da lui. Per i suoi sensi di colpa, e ancora adesso stava permettendo che accadesse ancora.
Non ottenendo risposta Fulvio si sciolse dal suo abbraccio. Si alzò e si avvicinò di più alla riva, poi si chinò a raccogliere dei sassi , li lanciava in acqua, facendoli rimbalzare.
Perla era rimasta seduta e lo guardava.
Vedeva i cerchi concentrici formarsi nel mare e allargarsi via, via.. la sua mente e il suo cuore sembravano scoppiare … e lei si sentiva andare a fondo come quei sassi.
Si alzò e le si avvicinò
- Non posso. - E stava male mentre glielo diceva. 
Vide lo sguardo di lui indurirsi, conosceva troppo bene quegli occhi, quando cambiavano colore, neanche in quel caso Fulvio era mai cambiato.
-  Non vuoi - le fece osservare – di un po’, ma perché continui a farti del male.
Mentre le parlava i suoi occhi, non erano solo cattivi , erano anche tristi.
Perla aveva mille motivi per il suo rifiuto, ma non riusciva a spiegarsi. Sapeva che non sarebbero bastati a Fulvio, e non bastavano a lei, per celare la voglia che aveva di lui, quel desiderio insopportabile, che diventava  dolore tutte le volte che non poteva averlo.
E lo amava, con tutta se stessa, lo amava.
Afferrò Fulvio per un braccio, costringendolo a fermarsi, per guardarla meglio:
 - Ti giuro, Dio sa se vorrei e quanto male mi faccio, ma non posso, anzi non dobbiamo … non pensi alle persone che ci sono vicine? -  Per un attimo le si affacciò alla mente il viso di Valerio.
 -  Credi che per me sia più facile? – montò su Fulvio - Affatto. Ci ho pensato, ci penso ancora, e per averci pensato troppo ti ho persa … e non me lo perdono ancora.
Poi le prese di nuovo le mani.
Erano così vicini, gli occhi negli occhi. Consci di toccarsi, consci di amarsi.
 Perla aveva una voglia pazza di baciarlo. Si alzò in punta di piedi e si fece più vicina, poi poggiò le sue labbra su quelle di lui e si lasciò andare.
Sentì la lingua di lui cercare la sua, sentì che la stringeva a se con forza, e avvertì il desiderio di lui crescere.
Lo strinse ancora di più, i respiri si erano fatti corti.
Poi lui si staccò
- Facciamo il bagno - le disse.
- Ma non ho il costume. – Perla era spiaciuta
- Nemmeno io - sorrise lui – ma che importa, una volta dentro chi se ne accorge?
Avrai pure qualcosa d’intimo addosso e sennò ti spogli in acqua – sorrise ammiccando -
Perla avrebbe voluto entrare in acqua con lui e  restare lì per l’infinito, circondata dalle onde del mare, sciolta nel suo abbraccio.
Ma non poteva, con quale scusa sarebbe tornata bagnata in albergo?
All’improvviso ricordò Valerio. Che l’aspettava in hotel febbricitante.
Si accorse che era sceso il tramonto.
- Non posso, oddio si è fatto tardi, devo scappare, - si avvicinò a Fulvio- che fai, vieni con me? -
Controvoglia Fulvio raccolse la maglietta in terra. La spolverò dalla sabbia e la rinfilò. Poi la seguì verso la strada.
Arrivarono in albergo. Durante la strada nessuno dei due aveva detto parola, lasciando che quel silenzio complice parlasse per loro.
Arrivati davanti al cancello d’entrata Fulvio la bloccò:
  - Devo sparire? - Glielo chiese guardandola dritta negli occhi. Non era importante quello che lei avrebbe risposto, ma quello che avrebbe letto in lei.
Perla lo guardò innamorata e disperata:
- Forse , sarebbe meglio.
- Forse, sarebbe, non è una risposta. – Sentenziò lui –
Perché, perché non la capiva? Perché non si rendeva conto di quello che le chiedeva?
Perla voleva dirgli di andare via, di non cercarla più, ma allo stesso tempo stava malissimo all’idea di perderlo.
-  Fai come credi – le disse alla fine, sconfitta. Con quella risposta Perla, conoscendo Fulvio era sicura di averlo perso davvero. Fece per girarsi e andarsene, in preda allo sconforto.
Lui l’afferrò forte per un braccio, le fece quasi male.
- Facile eh? - ora la guardava con sfida – No, voglio sentirlo da te, e non credere che mi rassegnerò a perderti senza averti avuta, una volta ancora almeno tutta per me e so che tu lo vuoi anche.
Parlava fiero, sicuro del fatto suo, passava con lo sguardo per i suoi occhi e le trafiggeva l’anima annientando le sue volontà.
Perla abbassò lo sguardo.
- Ti prego, Fulvio. E’ vero, io ti voglio, e ci sto male
Non capisci che io non mi accontenterei di una volta con te? Non capisci che non mi basterebbe e poi diventerebbe tutto più difficile. Non voglio stare più male di così, non più di quanto lo sia stata tutto questo tempo. - E glielo urlò quasi.
- E chi ti dice che le cose non potrebbero cambiare?-
Quelle parole la colpirono come una botta in testa ricevuta.
- No, me lo dicesti una volta tu, non al punto in cui siamo, ti prego Fulvio non insistere. – Si stava arrampicando agli specchi e lo sapeva benissimo.
Fulvio lasciò la presa. Poi sconfitto, le fece una carezza sul volto. Una carezza dolce, come a regalarle l’ultimo gesto del suo amore:
- D’accordo, se è questo che vuoi.  Niente da fare, vero? Noi siamo destinati a perdersi. Però stavolta voglio che tu lo sappia. Ricordi una volta che ti dissi. Che sono un pollo.
Bè continuo a essere un pollo. Anche adesso che ti perdo ancora. Perché sai che vorrei fare adesso? Vorrei portarti di sopra in camera, spogliarti ed amarti per una settimana intera. Dopodiché, ti legherei perché tu non possa sfuggirmi più e ti amerei e ti proteggerei per tutta la vita.
E invece che faccio? Ti lascio andare, come un pollo. Sono un pollo, e resto un pollo, un maledettissimo pollo.
Perla stava lottando con se stessa per non piangere.
Quelle parole le stavano entrando dentro annullando tutti i suoi sforzi per resistere.
Ricambiò la sua carezza, proprio appena in tempo, prima che lui si girasse per andarsene:
- Fulvio, non dimenticarlo mai, qualunque cosa accada, io ti amo. -
Poi si mise a correre, attraversò l’atrio e si diresse per le scale.
Non poteva attendere l’ascensore, non poteva restare un secondo in più davanti ai suoi occhi, non poteva o non ce l’avrebbe fatta.
Mentre saliva le scale il cuore era diventato pesante, pesante ... come piombo.




giovedì 30 agosto 2012

CAPITOLO 28



CAPITOLO 28

In camera Valerio la stava aspettando, sul letto, appoggiato alla spalliera e una pezza bagnata in fronte.
- Suppongo che la febbre sia salita, – le disse costernato.
Perla si odiò per avere tardato tanto.
- Proviamo il termometro - disse frugando nella borsa.
Glielo porse poi andò in bagno.
Si guardò allo specchio.
Non aveva una bella cera. Aveva tardato troppo, era colpa sua se la febbre era salita. Si sentiva in colpa, ma forse la causa non era la febbre di Valerio.
La sua colpa era quello che provava , dentro.
- “No, non era vero”- cercò di convincersi. - Lei stava facendo di tutto per rispettare Valerio, stava rinunciando per l’ennesima volta a se stessa e ai suoi sogni.
Che cosa poteva fare di più?
E se Fulvio avrebbe insistito per quanto ancora poteva reggere?
Ma non l’avrebbe fatto, lui era così, ormai conosceva bene il suo orgoglio:
- "E del tuo cuore?"-
Lo domandò a quella che la guardava nello specchio - "Vogliamo parlare del tuo cuore? Come sta il tuo cuore, eh? E questo non lo chiami un tradimento?"
-" Il mio cuore è a pezzi "- si rispose Perla – e la verità  le apparse limpida , come l’acqua che scorreva in quel momento nel lavabo.
Il suo cuore stava tradendo, tre persone insieme; Valerio, Fulvio e se stessa.
E non c’è nulla di peggio del tradimento del cuore. Perché il cuore , a differenza di tutto il resto , non dimentica.
Trentotto e mezza.
- "Benissimo, anzi, malissimo"- rifletté Perla.
- Te la senti di mangiare qualcosa, oppure vuoi prendere subito la medicina? -
Valerio non aveva toccato cibo, Perla lo trovò intatto nel frigo.
- Preferisco  prendere la tachipirina, poi cercherò di dormire. Ho riposato molto male prima, e poi non vedevo l’ora che tornavi, lo sai quanto mi manchi, quando non ci sei. - E allungò una mano per invitarla a sedersi sul letto accanto a lui.
Lei ignorò la sua mano, andò a prendere un bicchiere d’acqua con la medicina e gliela porse.
- Sarà meglio che la prendi subito. -
Lui sospirò – Mi spiace, è tutta colpa mia, domani salterà tutto. -
- Non dire stupidaggini - controbatté  lei -  nessuno si cerca il male, pazienza no? –
A dire il vero, invece, era un po’ contrariata.
Ma in fondo era l’ultimo dei mali, anche se l’idea di passare il ferragosto chiusa in camera con Valerio, non è che in quel momento l’allettasse molto. Ma non per causa sua. Era lei che non andava. Per dirla tutta, aveva voglia di uscire anche adesso, anzi fuggire, da quell’albergo, da quella vacanza, da tutta quella follia.
Non molto e Valerio dormiva di nuovo. Anche se il suo sonno era agitato.
Perla non voleva lasciarlo di nuovo solo, ma non ce la faceva.
Aveva bisogno d’aria, aveva bisogno di distrarsi,  di non pensare.
Poi ricordò che avrebbe dovuto avvertire le altre coppie che il giorno dopo sarebbero  mancati.
Forse era un pretesto, ma era comunque una buona scusa per uscire, e poi, stavolta avrebbe fatto presto.
Forse avrebbe trovato i loro amici a cenare giù in sala, altrimenti avrebbe lasciato un messaggio per loro in portineria.  
Decise di fare al volo una doccia, poi infilò una gonnellina jeans a balza con una t-shirt blu .
Diede un’ultima occhiata alla sua faccia attraverso lo specchio. Aveva gli occhi scavati. Si passò un po’ di crema per nascondere il difetto, ma non si truccò; in fondo scendeva solo sotto.
“Di che ti preoccupi?’'- una vocina dentro la stava redarguendo - ‘' E’ inutile che fai la vaga, stai pensando a lui e speri di  incontrarlo …'’
Come per ricacciare indietro la coscienza, Perla prese il tubetto della crema e lo scaraventò addosso all’altra lei che le parlava dallo specchio.
Furiosa ancora con se stessa diede un’ultima occhiata a Valerio.
Poggiò delicatamente le labbra sulle sue, poi uscì dalla stanza.
Arrivò nella sala. Constatò che con l’arrivo del ferragosto, l’albergo si era svuotato dei soliti ospiti.
Al contrario c’erano molti nuovi arrivati.
Si aggirò tra i tavoli in cerca dei suoi amici.
Un cameriere la raggiunse con le portate in mano:
- Signora, non mangia stasera? Il solito tavolo? -
- No , grazie, - si scusò lei – mio marito non sta molto bene, per stasera non ci saremo. -
- Hop , mi spiace, le faccia i miei auguri, buon ferragosto per domani allora. - E molto cortesemente il cameriere si allontanò, con i piatti fumanti.  
“Buon ferragosto” - pensò ironica Perla, in quel momento sarebbe partita subito e tornata a casa.
Qualcuno la stava chiamando.
-       Perla! –
Si voltò verso la voce. Due tavoli alla sua destra una coppia stava mangiando. La ragazza che l’aveva chiamata era una bella donna, sui ventitré anni circa.
I capelli castani le ricadevano sulle spalle e lucevano di riflessi dorati. Aveva gli occhi grandi color nocciola, e intorno alla bocca le si formavano due fossette quando sorrideva. Anche da seduta si vedeva che era molto alta.
Perla la riconobbe e lei si alzò andandole incontro.
- Caterina! - Perla si avvicinò a sua volta e anche Daniele, il ragazzo, si alzò per salutarla.
 - Ma dai, - Caterina la baciò su entrambe le guance - me l’aveva detto babbo, che eri qui. Ti trovo benissimo così abbronzata, ma sei sola, e Valerio? Dai, siediti con noi, raccontami.-
Spostò una sedia vuota al loro tavolo, invitandola ad accompagnarsi a loro.
Perla rise. L’allegria di Caterina era contagiosa. Quella ragazza lei l’aveva vista crescere accanto a suo figlio, sin dall’asilo, poteva essere sua figlia.
Aveva il fisico statuario della mamma, i lineamenti della mamma, la sua stessa andatura flessuosa, ma gli occhi e le labbra erano del padre.
A volte Perla si sorprendeva a fissarli, e le suscitavano le stesse sensazioni che provava quando guardava Fulvio. Poteva capire Daniele, che se ne era innamorato. Oh, se lo poteva capire.
C’era stato un periodo in cui persino Lorenzo, suo figlio, si era preso una bella cotta per lei. Succede spesso tra ragazzi che sono amici da una vita.
Arriva l’adolescenza, si svegliano gli ormoni, all’improvviso la tua amichetta di sempre diventa una donna e tu cominci a guardarla con occhi diversi.
Solo che le donne crescono un po’ più in fretta degli uomini e guardano quelli più grandi. E Lorenzo ai suoi occhi non era che il fratellino più piccolo.
Per fortuna la cosa si era protratta per poco. Lorenzo non l’aveva mai confessato a lei, ma per una mamma attenta un figlio è un libro aperto, e la conferma le era arrivata da Claudia, messa al corrente da Caterina delle avance di Lorenzo.
- Sto cercando degli amici, veramente -
Perla si stava chiedendo, dove fosse Fulvio. Non era con loro.
Le domandò, invece, di Claudia.
- Oh, mamma, – Caterina fece un gesto vago con la mano – sicuramente con un’altra delle sue solite fiamme, non finirà mai di farsi dal male, credo. – Caterina emise un sospiro. Era una donna ormai e come ogni figlio, giudice inflessibile dei suoi genitori.
E non era stato facile accettare che Claudia l’avesse lasciata per andarsene via, con un altro uomo. E quando l’aveva rivoluta con lei, dopo aver troncato il suo rapporto, Caterina si era sentita come una palletta da tennis, sbattuta di qua e di là.
C’era stata una guerra acerrima, tra i suoi genitori, in quel frangente, dove alla fine Fulvio l’aveva spuntata e Caterina era rimasta con lui.
Perla aveva vissuto tutta la faccenda attraverso i racconti di Claudia e in quel periodo Caterina era diventata ombrosa e chiusa.
Un pomeriggio, in casa sua era scoppiata a piangere. Era in camera con Lorenzo, Perla aveva sentito dei singhiozzi strozzati ed era accorsa, preoccupata.
Caterina era sdraiata sul letto di Lorenzo. Il suo corpo era scosso da sussulti e Lorenzo le carezzava il capo.
Perla si era avvicinata
- Che succede qui? -
Lorenzo aveva allargato le braccia:
 - Non lo so, stavamo vedendo il film insieme, all’improvviso ha cominciato a piangere. Giuro mamma, non abbiamo bisticciato. -
Perla aveva fatto segno a Lorenzo di andare in un’altra stanza.
Poi aveva sollevato Caterina e cercando di calmarla, l’aveva stretta a se:
- Adesso, da brava, fai finta che io sono la tua amichetta del cuore e mi racconti che succede.  Ti giuro su Lorenzo che non ne farò parola con nessuno. -
Dapprima Caterina era stata reticente , ma alla fine era scoppiata e quando aveva cominciato a parlare le sue parole erano un fiume in piena.
Perla l’aveva lasciata parlare, in silenzio, senza mai interromperla. Poi l’aveva consolata, consigliata.
Data la sua posizione, aveva cercato di essere il più imparziale possibile verso i suoi genitori, cercando di creare un alibi per ogni loro mancanza, onde evitare di esasperare di più Caterina nei loro confronti.
Molti dei suoi racconti, Perla già li conosceva; attraverso Claudia, altri attraverso Fulvio e in ogni modo coincidevano sempre. Erano i punti di vista a essere diversi.
Alla fine tra lei e Caterina si era creato un rapporto bellissimo, fatto di confidenza e amicizia. E tutte le volte che Caterina aveva bisogno, correva da lei, più di quanto non si confidasse con i suoi.
- Babbo è un uomo - le diceva - non può capire. E Amelia, pur essendo una bella persona, non mi conosce, ed io non riesco a entrare in sintonia con lei. Mamma? Manco a parlarne, lei è troppo presa da se stessa, per capire me.
Perla a volte la rimproverava di queste parole verso la madre, cercando di riavvicinarla. E qualche volta Caterina aveva seguito il suo consiglio. Ma durava poco, dopo un mese massimo, erano già distanti. Non c’era modo di farle legare.
Claudia si era confidata più volte con Perla:
- E’ vero, ho sbagliato, ma non c’è verso di riavvicinarla a me. E’ come un muro chiuso. Orgogliosa, come suo padre. Per fortuna ci sei tu, me ne sono accorta sai? Lei lega molto più con te che con me. -
Caterina era per Perla l’ennesima colpa che si andava ad aggiungere al suo segreto.
Sentiva che quella ragazzina aveva riposto tutta la sua fiducia in lei.
E lei non le aveva raccontato mai, di lei, e di suo padre.
Come l’avrebbe presa? Sicuramente, pur avendocela con la mamma avrebbe percepito il suo tradimento. E avrebbe odiato anche il padre, per lo stesso motivo.
Si, Perla ne era sicura, l’avrebbe guardata con altri occhi e forse avrebbe perso la fiducia verso tutto il mondo, quella fiducia che tanto Perla aveva faticato per farle riacquistare.
Così, quando guardava nei suoi occhi e Caterina la fissava, con lo stesso sguardo profondo e indagatore che caratterizzava il padre, lei aveva paura che lei le carpisse il suo segreto e si sentiva sporca. E le voleva un bene che non si sa, davvero come se fosse sua figlia.
- Su, cinque minuti, ti prego. - Aveva insistito Caterina, e alla fine lei si era veduta costretta a cedere.
- Babbo non è sceso.  – disse Caterina a lei, senza che lei glielo chiedesse. -        - Stava strano, bo’ - aggiunse Daniele.
- Oggi siamo tornati da Roma che stava benissimo.
Ci ha detto di precederlo in albergo che voleva fare due passi, ma mi sa che ha incontrato un fantasma – e rise – perché quando è tornato, era di umore pessimo e non è voluto scendere per cena. -
- E ti assicuro Perla, - ribadì Caterina - che non c’è niente di peggio di babbo col malumore, - e rise a sua volta.
 - Ha detto di non avere fame ed è rimasto in stanza. -
"Ed è inutile fargli domande" avrebbe aggiunto Perla che ben conosceva Fulvio nei suoi momenti peggiori.
Ma non c’erano domande da fare, non per lei. E lei non stava meglio di lui.
- Anche Valerio non sta bene,  – confidò loro – ha la febbre quasi a trentanove. Difatti avevamo programmato il ferragosto con questi amici che sto cercando. Devo avvertirli che saremo costretti a mancare. Peccato era una bella gita su alla montagna dei fiori, è tanto che non ci andavo. Mi sarebbe piaciuto.
- Noo, che peccato!- esclamò Caterina.
- Se non era un problema per voi, ci saremmo aggregati molto volentieri e credo che anche babbo non avrebbe avuto nulla in contrario...  A lui è sempre piaciuta la montagna  ... d’altronde siamo appena arrivati e non abbiamo un programma, per domani .-
- Bè, - s’intromise Daniele, rivolto a Perla - Puoi sempre  venire tu, no? Insomma, intendo, se Valerio domani starà un po’ meglio, perché non glielo dici? -
Perla sorrise alle parole di Daniele. Caterina glielo diceva sempre:
- Io lo adoro, Daniele è un semplice, riesce a rendermi leggera la vita. Ha sempre una soluzione per tutto, e mi fa sentire sicura allo stesso tempo. -
- Non mi sembra carino però, lasciarlo solo il giorno di ferragosto.  – Si difese Perla.
- Non è carino che lui, avendo la febbre, pretenda che tu rimanga con lui a guardarlo dormire - sentenziò Daniele. - Se accadesse a me, non permetterei che Caterina si sacrificasse. In fondo è soltanto un’influenza, mica sta morendo. -
Perla era un po’ seccata dell’invadenza di Daniele, ma non lo diede a vedere.
- Veramente Valerio non mi ha detto nulla, sono io che ho deciso di restare con lui – asserì.
Ed era vero, ma non le aveva nemmeno detto di andare.
- Se dovessi ripensarci, ci avverti? Anche domattina presto se vuoi. Dai, Perla in fondo non fai mica nulla di male no’? Dai, fallo anche per noi. - Caterina la stava incoraggiando,  poi cambiò discorso.
 – E Lorenzo come va? Sta sempre con la stessa, o ha cambiato fiamma? -
Caterina conosceva Lorenzo meglio di nessun’altro, a parte sua madre. E i suoi capricci amorosi non le erano nuovi.
- Dipende chi intendi per la stessa, - rise  Perla – comunque sembra che con quest’ultima vada meglio, ma è giovane, c’è tempo ancora. Spero solo che non m’invecchi dentro casa facendo l’allegro scapolone. -
- Fa bene, - sentenziò Daniele, addentando un coscio di pollo – guarda io, per amore, come mi sono ridotto.
Perla vide Caterina fulminare Daniele con gli occhi, ma il suo sguardo in realtà era divertito e pieno d'amore.
Bene, era giunta l’ora di congedarsi. Salutò Caterina e Daniele promettendo loro di farsi viva. 
Non avendo visto nessuno degli altri, Perla passò in portineria e lasciò il messaggio per loro. Poi tornò in camera.
Arrivata al piano, si soffermò davanti  alla porta. All’improvviso un’idea folle si era impossessata di lei.
Guardò in fondo, due camere più avanti, realizzò che dietro quella porta, in quel momento Fulvio era solo, forse stava dormendo, oppure no, pensava a lei, come lei adesso pensava a lui.
Bastava bussare, entrare, lui sarebbe stato sorpreso, ma poi …
Sentì tossire dietro la porta e si riscosse. Doveva essere impazzita. Fece forza sulla sua volontà, molto più che sulla maniglia girando le chiavi, ed entrò in camera sua.
Trovò Valerio sveglio:
- Dove sei stata? - E tossì di nuovo.
 - Sono scesa ad avvertire gli altri per domani, ma non li ho trovati.  Ho lasciato un messaggio in portineria.
- Come ti senti – e gli toccò la fronte.
Valerio era sudato, ma la fronte era più fresca.
La medicina stava facendo effetto.
Lui tossì ancora.
 - Questa tosse non mi fa riposare. Vieni qua, dai fammi compagnia. -
Lei si spogliò lentamente, poi gli si sdraiò accanto. Valerio si chinò a baciarla, tra un colpo di tosse e un altro.
- Ti amo - le disse - lo sai vero, quanto ti amo. -
Perla era disperata. Lo strinse più forte a se.
Lui era sempre così dolce. Persino quando stava male, non resisteva a stringerla, a dichiararle il suo amore, come avrebbe potuto mai fargli  un torto? Non lo meritava.
Lei era tutto per lui. Tutto quello che aveva, tutto quello che voleva. Non chiedeva che il suo amore, nient’altro.
E lei invece, moriva per Fulvio. Fulvio che aveva scelto un’altra al suo posto, Fulvio, sempre così forte e sicuro di se. Lui non aveva bisogno di lei, ne aveva troppo già di se stesso, ma Valerio si , lui dipendeva da lei, totalmente.
Però Perla, come sempre, stava dimenticandosi di lei. Perché lei aveva bisogno di riprendersi il cuore, ma il suo cuore con lei non voleva stare, il suo cuore era con Fulvio.
Nonostante la fantasia di andare in montagna fosse forte, Perla scartò l’idea di dirlo a Valerio.
Si rese conto che questo significava rinunciare a passare una giornata con Fulvio e le venne da piangere. Nel frattempo Valerio aveva cominciato a toccarla e a baciarle i seni, nonostante la febbre, aveva voglia di lei.
Perla non voleva. Non voleva per lui, che stava  in quelle condizioni. E non voleva per lei. Ma non poteva deluderlo.
Si costrinse a pensare ad altro mentre lui la prendeva.
Le sembrò che durasse un‘eternità. Difatti Valerio, debilitato dalla febbre, ci mise una vita ad appagarsi di lei.
Quando tutto finì Perla andò in bagno a lavarsi. Si sentiva a pezzi. Non era riuscita a provare piacere ed era stanchissima, stanca di corpo e di spirito.
Uscì dal bagno. Valerio era crollato, sfinito. Se non altro fare l’amore, gli era servito , finalmente dormiva come un sasso.
Perla si avvicinò alla porta finestra del balcone.
Stava per uscire in terrazza, ma si fermò appena sull’uscio. Fece un passo indietro e restò 
nascosta dietro l’anta della finestra. Aveva visto Fulvio, due balconi più in là, solo , in mezzo alla notte, con lo sguardo fisso verso il mare.
La tentazione di uscire a sua volta era forte.
Guardò verso Valerio.
Stava continuando a farsi del male. Domani, anzi ormai stanotte era già ferragosto.
“Buonanotte, amore mio, e buon ferragosto”- Lo sussurrò rivolta verso il mare, col pensiero due balconi più in là… socchiuse gli occhi, mentre lentamente richiudeva la finestra dietro se, e tornò a letto, stanca e sconfitta. Si addormentò quasi subito.