CAPITOLO 27
Perla
camminava.
Presa
nei suoi ricordi non si era accorta di essere arrivata ormai in centro.
Deviò sotto
il ponte, a pochi passi dalla libreria, diretta in farmacia.
Guardò
l’ora.
Anche
se si era attardata sulla panchina, non aveva impiegato molto tempo ad
arrivare.
E’
strano come la mente corra molto più di noi.
I
pensieri, i ricordi, i sogni, tutto viaggia velocemente e quando torni in te
credi sia passata una vita, invece sono trascorsi solo attimi.
La
farmacia era affollata.
Perla
rassegnata si mise in fila, aspettando il proprio turno.
Dopo
un tempo che le parve interminabile, finalmente fu il suo turno.
Adesso
non le restava che prendere il pane e tornare.
Ma
non ne aveva voglia.
Si
augurò che Valerio continuasse a dormire, e che la febbre non salisse troppo.
Sospirò,
si rese conto di aver avuto bisogno di essere sola, da troppo.
Sola,
libera nei suoi pensieri, dopo un periodo stressante così.
Perché,
perché dopo dieci anni Fulvio era tornato a sconvolgerle ancora la vita?
E
perché ci aveva messo dieci anni a dirle che la amava?
Rivide
mentalmente la scritta sulla sabbia.
Adesso,
però, era scomparso.
Grata
a quell’ora di libertà, decise di entrare in libreria.
C’erano
due negozi dei quali Perla non resisteva all’invito; i negozi di musica e
quelli di libri.
Per
lei era come un richiamo e non riusciva mai a sottrarsi.
E
la libreria di San Benedetto era grande e accogliente.
Ricordò
di esserci stata anche con Claudia, quell’anno che avevano deciso di fare una
settimana insieme di vacanza.
E per
l’appunto la scelta era caduta su San Benedetto.
Perla
adorava l’odore dei libri nuovi.
Era
una sensazione bella che si portava dietro dalla scuola, quando da bimba ti piace annusare i fogli con loro odore di
nuovo. Ancora oggi istintivamente, prese un libro da uno scaffale e l’avvicinò
al naso.
Si
vergognava un po’, nel farlo, ma era più forte di lei.
Passò
in rassegna molti titoli.
Essendo
un’accanita lettrice, riconosceva ormai gran parte degli scrittori e il loro
stile.
Amava
i romanzi, quelli impegnati, ma non disdegnava l’avventura e i libri di
filosofia.
Aveva
letto molti thriller, ma non erano il suo genere preferito. Odiava la violenza,
e il modo di descrivere di certi autori, che ti facevano venire il vomito.
Il
suo autore preferito era Ken Follet, e quando aveva bisogno di una lettura più leggera,
ripiegava su Fabio Volo.
Usava
leggere le prefazioni sul retro della copertina, prima di fare un acquisto, ma
non sempre un libro, apparentemente presentato a un certo modo, rispecchiava
poi i suoi gusti.
Alla
fine lo leggeva suo malgrado, ma impiegava molto più tempo.
Si
aggirò tra gli scaffali, prendendo in mano ora l’uno, ora l’altro libro e
valutando se fare un acquisto o meno. Le vacanze si ‘accorciavano’ e avrebbe
avuto molto meno tempo per la lettura, ciò nonostante era tentata.
Girando
s’imbatté nel reparto dedicato alla scuola.
Essendo
agosto gli scaffali già straripavano di ogni sorta di diari, quaderni, agende,
penne, gadget.
Tutte
le volte che Perla capitava in quei reparti, era assalita dalla nostalgia.
Quanto
sarebbe tornata volentieri a quegli anni!
E
non era solo perché torni bambino, o ragazzo.
Era
proprio la scuola che le mancava. Lei, stupidamente come accade a tanti in
adolescenza, non aveva finito la scuola, per pentirsene in seguito.
Era
stata tentata più volte, di riprendere, anche privatamente, ma poi aveva
desistito, presa dalla vita e dai suoi problemi.
A
volte la nostalgia, era talmente forte, che alla fine acquistava un diario per
se.
Pensò
a suo figlio Lorenzo.
Lui,
al contrario di sua madre, non amava fare spese per la scuola e anche da grande
era stata sempre Perla a scegliere per lui.
Alla
fine, acquistò un libro nel settore economico, uno di quei libri, che pur
essendo belli, passato un certo periodo, finisce tra i tascabili.
Uscì
a malincuore dalla libreria.
Poi
entrò in un panificio e acquistò dei panini freschi per l’indomani, sempre che
l’indomani, si augurò, Valerio fosse stato in grado di uscire.
Ripassò
davanti alla libreria. Era passato un bel po’ di tempo. Decise di chiamarlo, si
appoggiò alla vetrina e prese il cellulare:
-
‘Amo’, come va? - Gli domandò quando lo sentì dall’altra parte.
-
Insomma, - le rispose con voce nasale - mi sento tutto ‘attappato’,- Credo di
aver dormito molto, forse la febbre è scesa un po’, non so, sento meno freddo e
sono passati i brividi .Tu dove sei?
-
Sono vicino la farmacia. Ma devo ancora prendere qualcosa per domani. Pensi di
resistere in mia assenza, oppure devo sbrigarmi a tornare? Sai pensavo di fare
una passeggiata verso le bancarelle.
Era
vero. Le dispiaceva lasciare Valerio in quelle condizioni da solo ed era
combattuta di tornare prima possibile. Ma allo stesso tempo non voleva
rinunciare a dedicarsi ancora un po’ di tempo.
- No,
tranquilla, però non tardare moltissimo, non è la febbre che mi preoccupa, è il
mio cuore, lo sai che mi manchi… ti amo. - aggiunse.
Perla
sorrise e salutandolo le inviò un bacio per telefono.
Erano
passati anni ma Valerio era sempre quello di ieri e non smetteva mai di
ricordarle quanto la amava.
Ripose
il cellulare, sollevata all’idea di potersi dedicare ancora un po’ di tempo.
Ripassando davanti alla vetrina della libreria, non seppe resistere, e ancora
una volta, si piegò, accostando la faccia alla vetrina dei libri per guardare
meglio.
Il
riflesso del sole addosso ai vetri offuscava un po’ i titoli.
Stava
per rialzarsi, ma si bloccò a metà.
Qualcuno,
riflesso nel vetro, dietro un paio di occhiali da sole, la stava fissando.
Era
appoggiato a un palo di un lampione, con le braccia conserte e , doveva aver
visto la sua espressione nel vederlo , oppure doveva averla immaginata, perché
adesso le sorrideva dal riflesso, alquanto divertito.
Non
c’erano dubbi. Perla l’avrebbe riconosciuto, pure se invece degli occhiali
avesse portato una maschera.
Fulvio.
Lei era rimasta lì, girata verso la vetrina, piegata a metà, con la bocca
spalancata.
Da
quanto tempo era là? L’aveva seguita o ci si trovava per caso?
Perla
si accorse che aveva cominciato a tremare, respirò a vuoto, cercando di
calmarsi.
Poi
lui si avvicinò e lei si costrinse a girarsi verso lui, molto lentamente.
Le
tolse le buste dalle mani:
- Posso?
-
Lei,
come in trance, lo lasciò fare.
-
Comunque buonasera. -Sorrideva dietro gli occhiali:
- Sono indiscreto se ti offro un caffè’?
-
Buonasera – Perla salutò con un filo di
voce, la poca che le riusciva ad uscire dalla gola che si era improvvisamente
seccata, e lo seguì dall’altra parte della strada.
Ancora
non riusciva a riprendersi.
Lui
era ricomparso, come dal nulla. Allungò il passo per stargli dietro. Il cuore
le batteva a mille.
Non
gli aveva nemmeno risposto. Ma tanto si sa, lui con lei la spuntava sempre.
Da
sempre, quando Perla era con lui, non era capace d’imporsi, anzi talvolta non
era capace nemmeno di parlare. Lui aveva sempre annullato la sua volontà.
All’improvviso
ebbe paura d’incontrare Amelia, magari lei era lì e li stava aspettando al bar …
Invece
no. Fulvio era solo. La pregò di accomodarsi a un tavolo, le porse le buste e
sparì dentro al bar.
Mentre
le girava le spalle, Perla, si sorprese a fissarlo.
Quelle
spalle ... Perla s’accorse di volerle accarezzare ..
Erano
passati dieci anni, ma per Fulvio sembrava che il tempo non passasse. Era
rimasto tale e quale.
Tornò
al tavolo e si mise seduto.
Tirò
su gli occhiali e la guardò, apparentemente ancora molto divertito.
-
Ora viene il cameriere. E, la tua dolce
metà? - le chiese poi, riferendosi chiaramente a Valerio.
-
E’ a letto, influenzato. - rispose Perla, ma si sarebbe morsa la lingua.
Perché
glielo aveva detto? Non erano affari suoi.
Poi
s’impose di non domandargli a sua volta di Amelia.
-
Sono venuta in centro appunto per acquistare dei farmaci.- Aggiunse poi.
Era
curiosa, avrebbe voluto chiedergli perché era sparito così, ma si trattenne.
Non
voleva dargliela vinta, non voleva fargli capire che si era rosa il cuore,
aspettandolo.
Come
leggendo nei suoi pensieri lui la precedette:
-
Sono tornato oggi. L’altro giorno siamo dovuti partire all’improvviso. Il
papà di Amelia ha avuto un malore e l’hanno ricoverato.
- Oh,
mi spiace. –
-
Ecco perché era
scomparso!
– E
adesso come sta? - Chiese premurosa.
-
Non molto bene purtroppo. Amelia è rimasta con la mamma , per aiutarla.
Volevo restare anch’io, ma avevo pagato l’albergo in anticipo e Caterina si è
offerta di tornare con me e farmi compagnia.
-
Ma dai, c’è Caterina! Quando torno in albergo devo assolutamente salutarla.
- Non ti mancherà occasione. A dire il vero era
con me, con Daniele, è venuto anche lui, ma quando ti ho visto, le ho dato le
chiavi della macchina e gli ho detto che volevo fare due passi. Così loro sono
già andati in albergo … spero non ti dispiaccia. - E così dicendo la guardò
dritta negli occhi.
Perla
sostenne il suo sguardo. Ci fu un attimo imbarazzante, per fortuna interrotto
dal cameriere che nel frattempo si era avvicinato al loro tavolo.
Ordinarono
due caffè con panna.
Perla
ricordò che Daniele era il fidanzato di Caterina, un bel ragazzo moro con due
occhi azzurri come il mare.
Erano
insieme dal primo superiore, ma stavano continuando entrambi gli studi e per
ora nessuno dei due aveva intenzione di sistemarsi.
Il
cameriere tornò quasi subito, Fulvio lo pagò e lo congedò subito.
-
Ti va dopo di fare due passi verso la spiaggia? Sempre se non sono molto
invadente.
- Non posso tardare molto - rispose Perla
pensando a Valerio - però tanto siamo di strada, perché no… e poi scusa, – aggiunse
con una mezza risatina - le buste
qualcuno dovrà pure portarmele.
Fulvio
sorrise a sua volta:
- Non
siamo un po’ opportuniste? - allungò una mano e le sfiorò il braccio.
Perla
avvertì una scossa dalla testa ai piedi.
Senza
volerlo, istintivamente si ritrasse. Poi appoggiò la schiena alla sedia e girò
il viso altrove.
Dovunque,
pur di non guardare nei suoi occhi.
Dovunque
pur di celare il suo turbamento e l’imbarazzo che provava quando lui la
guardava.
Presero
il caffè in silenzio, poi lui si alzò, prese le buste e le porse l’altra mano,
invitandola a seguirlo.
Lei
le prese la mano e insieme s’incamminarono fuori dal centro, diretti verso il
parco.
S’incamminarono
così, mano nella mano, parlando del più e del meno, tra gli alberi e tra la
gente. Il parco a quell’ora era pieno di bambini, alcuni erano sulle giostre,
altri correvano e urlavano, giocando.
Le
mamme spingendo i passeggini parlavano tra loro.
Ogni
tanto passava qualcuno in bicicletta. Perla era distante da tutto questo, la
vicinanza di Fulvio non lasciava spazio ad altre sensazioni, se non quelle del
suo cuore e del suo corpo. Lui parlava e lei le rispondeva, ma talvolta si
accorse di non essere sicura di averlo ascoltato.
Lei
era semplicemente e soltanto rapita, da lui, dai suoi gesti, dai suoi occhi, dalla
sua voce, dalle sue labbra.
Passeggiarono
affiancando le bancarelle, che cominciavano ad aprire allora; le stesse
bancarelle che pochi giorni prima avevano visto il loro primo incontro.
- Andiamo
un po’ in spiaggia – le propose Fulvio.
E
la trascinò verso la darsena.
Lì
c’era un piccolo cantiere navale con delle vecchie navi che Perla ricordò
essere lì da una vita.
Più
in là c’era una piccola spiaggia libera, appena su strada, adiacente alla
passeggiata.
Scavalcarono
il muretto che divideva la spiaggia dalla strada.
Poi
si tolsero le scarpe e si avvicinarono alla riva.
Fulvio
posò le buste. Poi si tolse la maglietta restando a dorso nudo. La poggiò sulla
sabbia:
- Vieni,
siediti, non è molto grande, ma il tuo sederino qui c’entra benissimo - e aveva
ammiccato dicendoglielo.
Perla
non si era fatta pregare. Si mise seduta e lui sedette vicino a lei.
Troppo
vicino.
Perla
cercò di non pensarlo lì e volse lo sguardo verso l’orizzonte. Ancora il sole
era alto, ma ben presto sarebbe calato. C’era ancora qualche bagnante che
nuotava nell’acqua, ma in spiaggia non c’era più molta gente. Il riflesso del
sole disegnava tante piccole stelle
a
fior d’acqua.
Per
qualche minuto stettero vicini così, i corpi che si sfioravano, ognuno poteva
sentire il respiro dell’altro.
Fulvio
interruppe il silenzio:
- Non
mi ero mai accorto di amare tanto il mare quanto quest’anno – disse.
-
Ah, io no – ribatté Perla – io l’ho sempre adorato.
Lui
le cinse le spalle con un braccio e l’attirò a se.
Lei
si lasciò cullare dal suo abbraccio e senza rendersene conto allungò un braccio
e gli circondò a sua volta i fianchi, stringendosi un po’ di più a lui.
E
sapeva quale sarebbe stato il prossimo gesto di Fulvio, ormai lo conosceva come
le sue tasche.
E,
infatti, lui, presole il mento fra le mani, la costrinse a guardarlo.
-
Ho voglia di te - le disse.
Perla
continuò a guardarlo negli occhi senza rispondere. E ci vide dentro tutto il
desiderio che lui aveva. Ed era convinta che allo stesso modo lui potesse
leggere in lei.
Non
riusciva a parlare. Sapeva che era impensabile che lui potesse prenderla su
quella spiaggia, a quell’ora del pomeriggio e davanti a tutti, ma capiva che il
suo era un invito. Un invito al quale lei non riusciva a sottrarsi, eppure
doveva, doveva resistergli.
Come
il solito lui la sorprendeva carpendole i pensieri:
- E anche tu hai voglia di me, non puoi negarlo,
non puoi continuare a fuggire, non puoi sempre fuggire – e quest’ultima frase la rimarcò più
lentamente, come per ricordarle le parole di anni prima.
Ed
era vero. Aveva ragione. Inconsciamente Perla era sempre fuggita da lui. Per i
suoi sensi di colpa, e ancora adesso stava permettendo che accadesse ancora.
Non
ottenendo risposta Fulvio si sciolse dal suo abbraccio. Si alzò e si
avvicinò di più alla riva, poi si chinò a raccogliere dei sassi , li lanciava
in acqua, facendoli rimbalzare.
Perla
era rimasta seduta e lo guardava.
Vedeva
i cerchi concentrici formarsi nel mare e allargarsi via, via.. la sua mente e
il suo cuore sembravano scoppiare … e lei si sentiva andare a fondo come quei
sassi.
Si
alzò e le si avvicinò
-
Non posso. - E stava male mentre glielo diceva.
Vide
lo sguardo di lui indurirsi, conosceva troppo bene quegli occhi, quando
cambiavano colore, neanche in quel caso Fulvio era mai cambiato.
- Non vuoi - le fece osservare – di un po’, ma
perché continui a farti del male.
Mentre
le parlava i suoi occhi, non erano solo cattivi , erano anche tristi.
Perla
aveva mille motivi per il suo rifiuto, ma non riusciva a spiegarsi. Sapeva che
non sarebbero bastati a Fulvio, e non bastavano a lei, per celare la voglia che
aveva di lui, quel desiderio insopportabile, che diventava dolore tutte
le volte che non poteva averlo.
E
lo amava, con tutta se stessa, lo amava.
Afferrò
Fulvio per un braccio, costringendolo a fermarsi, per guardarla meglio:
-
Ti giuro, Dio sa se vorrei e quanto male mi faccio, ma non posso, anzi non
dobbiamo … non pensi alle persone che ci sono vicine? - Per un attimo le si affacciò alla mente il
viso di Valerio.
- Credi che per me sia più facile? – montò su
Fulvio - Affatto. Ci ho pensato, ci penso ancora, e per averci pensato troppo
ti ho persa … e non me lo perdono ancora.
Poi
le prese di nuovo le mani.
Erano
così vicini, gli occhi negli occhi. Consci di toccarsi, consci di amarsi.
Perla
aveva una voglia pazza di baciarlo. Si alzò in punta di piedi e si fece più
vicina, poi poggiò le sue labbra su quelle di lui e si lasciò andare.
Sentì
la lingua di lui cercare la sua, sentì che la stringeva a se con forza, e
avvertì il desiderio di lui crescere.
Lo
strinse ancora di più, i respiri si erano fatti corti.
Poi
lui si staccò
-
Facciamo il bagno - le disse.
-
Ma non ho il costume. – Perla era spiaciuta
-
Nemmeno io - sorrise lui – ma che importa, una volta dentro chi se ne accorge?
Avrai
pure qualcosa d’intimo addosso e sennò ti spogli in acqua – sorrise ammiccando -
Perla
avrebbe voluto entrare in acqua con lui e restare lì per l’infinito, circondata dalle
onde del mare, sciolta nel suo abbraccio.
Ma
non poteva, con quale scusa sarebbe tornata bagnata in albergo?
All’improvviso
ricordò Valerio. Che l’aspettava in hotel febbricitante.
Si
accorse che era sceso il tramonto.
- Non
posso, oddio si è fatto tardi, devo scappare, - si avvicinò a Fulvio- che fai, vieni
con me? -
Controvoglia
Fulvio raccolse la maglietta in terra. La spolverò dalla sabbia e la rinfilò.
Poi la seguì verso la strada.
Arrivarono
in albergo. Durante la strada nessuno dei due aveva detto parola, lasciando che
quel silenzio complice parlasse per loro.
Arrivati
davanti al cancello d’entrata Fulvio la bloccò:
- Devo sparire? - Glielo chiese guardandola
dritta negli occhi. Non era importante quello che lei avrebbe risposto, ma
quello che avrebbe letto in lei.
Perla
lo guardò innamorata e disperata:
- Forse
, sarebbe meglio.
- Forse,
sarebbe, non è una risposta. – Sentenziò lui –
Perché,
perché non la capiva? Perché non si rendeva conto di quello che le chiedeva?
Perla
voleva dirgli di andare via, di non cercarla più, ma allo stesso tempo stava
malissimo all’idea di perderlo.
- Fai come credi – le disse alla fine,
sconfitta. Con quella risposta Perla, conoscendo Fulvio era sicura di averlo
perso davvero. Fece per girarsi e andarsene, in preda allo sconforto.
Lui
l’afferrò forte per un braccio, le fece quasi male.
-
Facile eh? - ora la guardava con sfida – No, voglio sentirlo da te, e non
credere che mi rassegnerò a perderti senza averti avuta, una volta ancora
almeno tutta per me e so che tu lo vuoi anche.
Parlava
fiero, sicuro del fatto suo, passava con lo sguardo per i suoi occhi e le
trafiggeva l’anima annientando le sue volontà.
Perla
abbassò lo sguardo.
- Ti
prego, Fulvio. E’ vero, io ti voglio, e ci sto male
Non
capisci che io non mi accontenterei di una volta con te? Non capisci che non mi
basterebbe e poi diventerebbe tutto più difficile. Non voglio stare più male di
così, non più di quanto lo sia stata tutto questo tempo. - E glielo urlò quasi.
- E
chi ti dice che le cose non potrebbero cambiare?-
Quelle
parole la colpirono come una botta in testa ricevuta.
- No,
me lo dicesti una volta tu, non al punto in cui siamo, ti prego Fulvio non
insistere. – Si stava arrampicando agli specchi e lo sapeva benissimo.
Fulvio
lasciò la presa. Poi sconfitto, le fece una carezza sul volto. Una carezza
dolce, come a regalarle l’ultimo gesto del suo amore:
-
D’accordo, se è questo che vuoi. Niente da fare, vero? Noi siamo destinati a perdersi. Però
stavolta voglio che tu lo sappia. Ricordi una volta che ti dissi. Che sono un
pollo.
Bè
continuo a essere un pollo. Anche adesso che ti perdo ancora. Perché sai che
vorrei fare adesso? Vorrei portarti di sopra in camera, spogliarti ed amarti
per una settimana intera. Dopodiché, ti legherei perché tu non possa sfuggirmi
più e ti amerei e ti proteggerei per tutta la vita.
E
invece che faccio? Ti lascio andare, come un pollo. Sono un pollo, e resto un
pollo, un maledettissimo pollo.
Perla
stava lottando con se stessa per non piangere.
Quelle
parole le stavano entrando dentro annullando tutti i suoi sforzi per resistere.
Ricambiò
la sua carezza, proprio appena in tempo, prima che lui si girasse per
andarsene:
- Fulvio,
non dimenticarlo mai, qualunque cosa accada, io ti amo. -
Poi
si mise a correre, attraversò l’atrio e si diresse per le scale.
Non
poteva attendere l’ascensore, non poteva restare un secondo in più davanti ai
suoi occhi, non poteva o non ce l’avrebbe fatta.
Mentre
saliva le scale il cuore era diventato pesante, pesante ... come piombo.