lunedì 27 agosto 2012

CAPITOLO 31




CAPITOLO 31

Perla si svegliò di soprassalto, quando l’auto di Fulvio, passò sulle 'cunette' stradali dell’albergo, diretta al parcheggio.
Quasi in trance, ci mise qualche secondo a realizzare dov’era.
Sbadigliò stirandosi e si tirò su meglio, sul sedile.
- Buonasera. - le disse da dietro Caterina - Vedo che abbiamo sonnecchiato eh?-
Perla stava per rispondere, quando capì di essere arrivata in albergo. Uno sconforto indescrivibile s’impadronì di lei.
Era arrivata l’ora. L’ora del distacco. L’ora che avrebbe riabbracciato Valerio e che gli avrebbe dovuto dire tutto.
Evitando di guardare Fulvio, cominciò a raccogliere le sue cose. Lo faceva controvoglia, molto lentamente, per ritardare l’attimo in cui le loro strade si fossero divise.
Da domani, anzi, da quella sera in poi, lei non sarebbe più stata sola.
Fulvio spense il motore e rimase fermo, immobile, nell’abitacolo. Guardando davanti a se.
Caterina capì che doveva dare la possibilità a Fulvio di restare solo con Perla, anche soltanto cinque minuti.
“Devo essere impazzita”- pensò -“ adesso mi sono messa a fare la ruffiana di mio padre”.
- Babbo, io e Dani andiamo avanti,-  disse scendendo dalla macchina e avvicinandosi al finestrino del conducente:
- Perla saresti così gentile di aiutare tu il babbo a portare la roba? Devo correre in bagno, non ce la faccio più. -
- L’aiuto io.- Si offrì Daniele, con  la bocca ancora impastata di sonno. Si era appena svegliato anche lui.
- No, tu vieni con me - gl’intimò Caterina. E lo strattonò per un braccio per invitarlo a seguirla.
Perla non si decideva a scendere dall’auto.
Fulvio continuava a tacere e restare immobile.
A Perla quel silenzio faceva male, più di quanto le facesse male il cuore.
Ma forse era meglio così. Non c’erano molte parole da dire.
Fece per aprire lo sportello per scendere.
In quel mentre Fulvio allungò un braccio e la fermò.
- Sono indiscreto se ti rubo ancora dieci minuti?  Togliamoci da qui, vuoi? Andiamo al garage sotto, staremo più tranquilli. -
Perla richiuse lo sportello.
Annuì, senza parlare. Fulvio mise in moto e fece retromarcia.
Girò alle spalle dell’albergo, e scese la rampa che portava al garage sotterraneo.
Parcheggiò vicino a una colonna, in un posto poco illuminato. Spense il motore e si girò verso Perla.
Al buio lei non riusciva a vedere bene i suoi occhi.
Lui accese la lucetta dell’abitacolo.
Adesso sì, poteva vederli, e si accorse che erano tristi quanto i suoi.
Non aveva molto tempo, Valerio la stava aspettando.
Se per sbaglio si fosse imbattuto in Caterina, prima che lei tornasse, non ci avrebbe fatto molto a tirare le somme.
Nonostante tutto, sperava che quei dieci minuti durassero un’eternità.
Fulvio poggiò un braccio sul suo sedile, con le dita della mano sfiorava la sua guancia.
- Dicevi davvero? Vuoi davvero che io scompaia?-
Perla gettò indietro la testa.
Con Fulvio, non c’era mai la risposta esatta. Aveva capito quanto fosse suscettibile e quanto fosse importante dosare le parole.
E non esiste una bilancia che riesce a tenere in equilibrio testa e cuore.
Lei non trovava il modo di farlo capire a lui. Eppure sapeva che lui, era nelle sue stesse condizioni.
Solo che lui, forse si sarebbe contentato di averla, per una volta e basta.
Lei no. Lei lo voleva per sempre e sapendo che questo era impossibile, doveva fuggire, fuggire ancora, fuggire sempre.
Ma per fuggire da lui, doveva prima fuggire da se stessa e dal suo cuore. E questo pure, sembrava impossibile.
.- Fammi posto. - Spostandosi sul suo sedile, si fece vicino, senza attendere risposta.
Perla si era fatta piccola, così piccola da sparire nel suo abbraccio.
Lui le prese le mani. Sospirò:
- Che dobbiamo fare di noi? - le chiese.
Perla sentiva la gola serrata. La sua vicinanza la confondeva nello stesso modo in cui lo sconforto le toglieva il fiato.
Quando le labbra di lui furono vicinissime alle sue, lei allungò una mano per accarezzarle.
Quante volte le aveva sognate.
-Ti prego,-  gli disse, cercando di resistergli.
Ma un attimo dopo lo stringeva a se, mentre le loro bocche si toccavano, mentre le mani si cercavano.
Perla sentì scendere il sedile. Sapeva che lui doveva aver toccato la leva. Quando lui le fu sopra, credette dì impazzire. Le mani di lui continuavano a cercare. Le sentì scorrere sotto la maglietta, sulla sua pelle nuda e arrivare al seno. Lei emise un gemito.
Lo voleva, non poteva resistergli. Era persa.
Fulvio non smetteva di baciarla e lei non voleva che smettesse.
Poi lui si scostò leggermente, guardandola negli occhi.
Fremeva dal desiderio, e lei più di lui.
Inaspettatamente, proprio quando lei, avrebbe voluto che lui la prendesse, lui si tirò su:
- Qui non va bene – disse.
Fulvio ricadde sul sedile accanto. Ci vollero due minuti affinché i loro respiri tornassero normali.
Perla si ricompose. Che stupida che era stata a lasciarsi andare.
Adesso lui avrebbe capito che l’avrebbe avuta, quando e come avesse voluto.
- Adesso devi andare, - le disse lui – ma trova il modo di liberarti. Una notte. Andiamo insieme in spiaggia. Oppure un giorno, vedi tu. Io sto qui ancora una settimana. Credi di trovarlo un po’ di tempo per noi? -
Perla non riuscì a trattenersi. Improvvisamente le stava salendo una rabbia…- Irata, si era rivolta a lui:
- Cosa significa , una notte? … E dopo? Dopo torna tutto normale no? Forse non ci siamo capiti. Io non ho voglia di farmi sbattere per una volta e tanti saluti. Questo gioco non mi piace e dal momento che poi torna tutto come prima, non vedo che vantaggi ne trarrei.
Fulvio la guardava confuso. Ma cos’aveva capito? Non era quello che intendeva lui:
- Io e te non riusciamo mai a parlare la stessa lingua vero?- cercò di restare calmo. - Se pensi che io voglia sbattermi con te solo per una scappatella, forse hai frainteso. Eppure dovresti conoscermi. Se avessi voluto, saresti stata mia sempre e non negarmelo. Ma non volevo farti del male, e soprattutto non volevo farmene.
Solo che si dia il caso, che per qualche strana ragione le nostre strade s’incontrano sempre.
E mi sei rimasta dentro e non ce la faccio a cancellarti. -
- Davvero? - ribatté sarcastica Perla- E Amelia? Com’è che ti sono rimasta così dentro, se manco dopo un anno c’era già lei ?- Si accorse che all’improvviso non aveva più voglia di tacere. Era stanca di stare attenta a come parlava. Se doveva finire lì, tanto valeva chiudere tutto quello che era rimasto in sospeso. Forse allora sì, sarebbe riuscita a dimenticare.
- Tra noi era finita. - Rispose Fulvio - Non è colpa mia se le cose sono andate in quel modo. E Dio sa se sono stato male. Volevo che tu sparissi. Ma c’era Claudia, c’era Caterina e tutte le volte tu sei sempre stata presente, anche quando non avrei voluto. Eri la mia condanna, non sono mai riuscito a capire perché mi sei capitata tra i piedi. Sapevo che era tutto sbagliato. Mi hai sempre detto che fuggivi da me. Perché lo facevi?  Tu non hai mai scelto me. Perché, se mi hai detto di amarmi?
Già, dimenticavo … me l’hai detto quando ormai c’era già Amelia. – Aggiunse sarcastico:
 - Cosa speravi di ottenere? -
Ancora, come allora, Fulvio non riusciva a comprenderla.
- Sai una cosa Fulvio, – Perla parlò piano, improvvisamente sfinita. - - Continuiamo a discutere per le stesse cose. Esattamente come dieci anni fa. Ma ora è diverso. A dire il vero non dovremmo essere nemmeno qui.
E non ha più importanza farlo, se ci rifletti bene, dato che le cose non cambiano. Sei arrabbiato perché non ho scelto te? Ma tu, invece, che rimproveri me, perché ho tardato a confessarti il mio amore … non ricordo che avessi mai detto di amarmi …-
-  Mi sembra di averti mille volte confessato che non riesco a esprimere le mie emozioni - si difese lui.
- Ah, sì? – Perla era incredula - E dimmi un po’, che cos’è allora che ti ha spinto a scrivere quelle parole  sulla sabbia? Dopo tutto questo tempo? Io non so, se tu sappia cosa vuol dire amare … ma questo mi sembra di avertelo già detto. Sei sempre stato troppo preso da te stesso e dal tuo orgoglio, ecco perché non ti sei mai accorto di quanto invece… io ti amassi.
Fulvio stavolta non rispose. Aveva sbollito la rabbia.
Quando finalmente si voltò di nuovo verso lei, nei suoi occhi non c’era più rabbia.
- Le cose, stanno ormai come stanno. - Adesso la guardava tristemente, con una strana dolcezza negli occhi:
- Però hai ragione, te l’ho già detto. Sono stato un pollo. Ma se pensi che io voglia approfittare di te, solo per farmi una bella ‘scopata’ ti sbagli e se fosse così, non avrei nessuna remora a dirtelo, non mi sembra che abbiamo quindici anni. Se guardo dentro me, credo che alla fine quello che è fuggito veramente sono stato io. Non riuscivo ad accettare il tuo rapporto con Claudia. Volevo punirti, per essere sua cugina, per non avere scelto me, e invece ho punito me.
Sai come sono stato tutto questo tempo? E come mi sentivo quando t’incontravo? Sai cosa significa tenersi qualcosa dentro, senza poterlo condividere con nessuno? Quella notte, l’ultima che sei stata da me, sai quante volte ho preso in mano il telefono , per chiamarti? E quante volte mi è successo dopo? Quando è comparsa Amelia, tu eri lontana e irraggiungibile, non mi parlavi quasi più. Ero distrutto, pensavo di averti persa per sempre e non sbagliavo. Sai quando uno, cerca di fare chiodo schiaccia chiodo? E sono un uomo, comunque. Lei ha fatto leva sul mio cuore, quando ne aveva bisogno. C’è stato un momento che ho creduto davvero di amarla. Con lei è stato sempre tutto facile. E’ sempre dolce, remissiva, disponibile, mi ama e mi capisce al volo... e soprattutto sopporta il mio maledetto carattere. Alla mia età, cosa cercavo di più? Non sono un bambino e i miei sogni te li eri portata via. Quando si è stabilita in casa mia non ero preparato. Un giorno avevamo appuntamento con degli azionisti, invece di trovarmela lì con la ventiquattr’ore, si era portata una valigia. Mi disse se non avevo niente in contrario ,se invece di andare in albergo , si sarebbe fermata a casa mia. Il resto metticelo tu …
 – Fulvio tacque un attimo, poi soppesò le parole:
 - Ma mi rendo conto di non averla mai amata. Forse sono stato infatuato di lei, questo sì. Adesso le voglio bene, le devo molto, e non credo riuscirei a ferirla. Sarei un verme …-
Perla capì che si stava facendo tardi. Fulvio non le aveva mai confessato tante cose in così poco tempo.
Si rese conto, che per lei, non era diverso con Valerio.
Anche lei, si era affezionata a lui, nel momento in cui si sentiva più sola e più fragile. Quando non ne poteva più delle sue lacrime per Fulvio. Quando aveva deciso di ricominciare a vivere.
Ma un grande amore non si cancella con un colpo di spugna.
Un grande amore , al massimo torna a galla, come una spugna.
Però,a questo punto, cosa volevano entrambi, come pensavano di uscire da quella situazione?
Non erano disposti , nessuno dei due a far del male agli altri, ma non volevano perdersi.
Perla non si vedeva nei panni dell’eterna amante e sapeva che se la cosa fosse andata oltre, alla fine qualcuno avrebbe finito per farsi male.
E allora non restava che andare, come allora, rinunciare …
Aprì lo sportello:
-  Devo andare, si è fatto veramente tardi, - gli disse  mentre metteva i piedi fuori dall’abitacolo e gli girava le spalle. Non voleva che lui leggesse la sua disperazione sul volto.
Fulvio non stava meglio di lei:
- Sta a te decidere.- le disse – Non credo che andrò da Luigi, stasera. Non sono in vena. Stanotte no. Ti do il tempo di pensarci. Non credo di essere egoista, né di ferire alcuno, se ci regaliamo due ore di felicità. Poi le pagheremo care, lo so… ma… lasciamo correre, non voglio insistere.-
Perla era già scesa dall’auto, diretta all’ascensore, quando ricordò che doveva aiutare Fulvio a prendere le cose.
Tornò sui suoi passi:
- Scusa – gli disse_ ho dimenticato di aiutarti. - Cercò di sorridere, per scacciare la tristezza.
Lui sorrise a sua volta e le porse delle buste.
Perla sperò di non incrociare Valerio.
Quando arrivarono al piano, era deserto. Perla alzò i tacchi, passando davanti alla sua camera.
Quando Fulvio aprì la porta della sua stanza, lei rimase sulla porta porgendogli le buste.
- Un attimo solo, - le disse lui - poggio gli zaini.
Entrò in stanza, si rese conto che Caterina e Daniele non c’erano.
Forse erano già andati da Luigi.
Perla fremeva che si spicciasse. Era pericoloso restare sulla porta.
Le squillò il telefono. Presa dal panico, immaginando fosse Valerio, s’infilò nella stanza. Aveva le mani occupate e non poteva rispondere.
Fulvio le prese la mano e la tirò dentro del tutto.  Chiuse la porta alle sue spalle:
- Posso offrirti qualcosa? Non credo di avere molto nel frigo però.- Le tolse le buste dalle mani.
Perla capì che erano  soli. Istintivamente i suoi occhi andarono verso il letto.
Distolse lo sguardo e guardò il telefono.
- Non posso restare. - Disse a Fulvio, mostrandogli il telefono. Lui era intento ad aprire una bottiglia di birra.
- E’ Valerio, devo scappare. -
- Un bicchiere solo, poi vai, dai. – La pregò Fulvio, prendendo due bicchieri lavati sopra una scrivania.
Sedette sul letto, con i bicchieri in mano. Lei non sedette. Se avesse poggiato il sedere sul letto, sarebbe stata la fine.
Bevve la birra tutto d’un fiato. Si morse il labbro inferiore. Moriva dalla voglia di buttarsi con lui su quel letto e fargli di tutto.
- Quanto è facile farsi male!!! - pensò.
- A presto. - gli disse posando il bicchiere , e lo lasciò lì sul letto, col bicchiere in mano mezzo pieno.
Quando Perla fu uscita dalla stanza Fulvio, si diresse col bicchiere in mano sul balconcino. Si era fatta sera tardi. Ferragosto era andato. E lui stava peggio di prima. La amava e  la voleva. Il desiderio di lei era diventato insopportabile, ma non era giusto forzarla. Adesso stava a lei decidere.
Ricordò che doveva chiamare Amelia. Compose il numero.




       

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