CAPITOLO 17
Due
giorni erano passati, da quando erano tornati dall’isola; da quando Fulvio era
entrato nella sua stanza, lasciandole l’i pad.
Due
giorni senza che accadesse nulla, nonostante le avesse promesso di farsi vivo ,
per telefono.
Scomparso,
lui e Amelia.
Non
li aveva più visti, né in spiaggia, ne in albergo.
Ogni
tanto sbirciava il telefono, presa dall’ansia, in attesa di qualche segnale.
Lo
faceva con palese noncuranza, evitando di destare i sospetti di Valerio, benché
sapeva che lui riservava poche attenzioni a certi dettagli, ma ultimamente
Valerio era cambiato e lei non era più sicura di nulla.
Intanto
il tempo passava, si avvicinava Ferragosto, e il tempo delle vacanze si
accorciava.
La
seconda notte non aveva resistito.
Quel
silenzio e l’assenza di Fulvio la facevano stare male.
Così
si era affacciata sul terrazzino, sperando di scorgerlo sul balcone come
qualche sera prima.
Ma
le ante della sua camera erano chiuse , e di lui nemmeno l’ombra.
Tra
sconforto e sollievo Perla combatteva la sua lotta interiore: ma sì, tutto
sommato meglio così, tanto a cosa sarebbe servito graffiarsi ancora l’anima?
Per
lei e Fulvio non c’era futuro, né adesso, né mai e se lui fosse scomparso e
avesse solo giocato tanto meglio, l’avrebbe aiutata a ritornare in se stessa e
a soffrire meno.
Ma
un’altra di lei lo voleva, non si rassegnava all’idea di perderlo ancora e poco
importava se fosse stata anche per un’ora soltanto. Un’ora poteva valere una
vita, per il cuore.
Poi
tutto sarebbe tornato come prima, ognuno alla sua vita, niente altro che una
bella parentesi.
Per
una volta nella vita Perla voleva essere egoista, pensare a se stessa.
Non
sarebbero andati oltre, così nessuno poteva sapere, così nessuno ne sarebbe
rimasto ferito, ma la ferita ce l’aveva lei, lì nel cuore.
Quella
colpa di amare un altro, che non fosse il suo Valerio, e di non poterlo mai
avere.
Questo
era lo scotto per il suo amore sbagliato ma secondo lei Dio aveva esagerato nel
presentarle il conto. Era un tormento che si portava dentro da troppo, destinato
a durare, forse la colpa di non essere stata sincera... a suo tempo.
Il
rimpianto che la soffocava, come un’ombra che ti porti dietro e non puoi
scrollarti di dosso.
E
il silenzio di Fulvio, ora la logorava.
La
sera prima Valerio le aveva chiesto dell’i pad e lei le aveva affermato la
verità.
Le
aveva raccontato di Fulvio, che gliel’aveva lasciato, dopo che Amelia lo aveva
pregato di darglielo, ma che era sua intenzione restituirglielo.
Con
questa scusa il pomeriggio prima, aveva bussato alla porta della loro camera,
ma dopo aver provato più volte e non aver ricevuto risposta, era tornata in
stanza, delusa e depressa.
Perché
non si faceva vivo? Sapeva che data la presenza di Amelia, gli sarebbe stato
difficile, ma sarebbe bastato chiudersi in bagno, che ne so un messaggio, uno
squillo, qualsiasi cosa che le facesse intendere che la stava pensando, che lei
faceva parte del suo mondo.
E
se avesse smarrito il suo numero? Una volta , presa dalla smania e dalla
frenesia, si era chiusa lei in bagno, con l’intenzione di chiamarlo, avrebbe
trovato una scusa qualsiasi; le mani le tremavano mentre cercava il suo numero
sulla rubrica, ma poi ricordò che quando aveva cambiato cellulare aveva omesso
volutamente di trascrivere il suo nome in rubrica e lo aveva relegato
nell’agenda di casa: ma non lo aveva mai cancellato.
Così
un po’ frustata e un po’ sollevata era uscita dal bagno.
Si
disse che sicuramente lui l’avrebbe chiamata quantunque fosse riuscito a
liberarsi.
Ma
se così fosse stato, come avrebbe fatto lei a trovare una scusa all’improvviso
e a liberarsi a sua volta?
Si
domandò se davvero, quando sarebbe venuto il momento, sarebbe stata capace di
tradire o avrebbero prevalso i sensi di colpa, se il rimorso non l’avrebbe
consumata per la vita, se già solo rimorso era il solo pensare a Fulvio.
Ma
forse Fulvio aveva solo giocato e lei si stava torturando per niente.
Il
giorno dopo sarebbe stato Ferragosto.
Perla
e Valerio decisero di accodarsi a un gruppo di amici che avevano conosciuto in
spiaggia. Erano due coppie simpatiche di Firenze.
Decisero
di organizzare un pranzo al sacco. La mattina, diversamente dal solito
avrebbero fatto colazione in un bar sul lungomare e poi si sarebbero diretti in
montagna.
‘LA MONTAGNA DEI FIORI’. Così era chiamato quel
luogo, un’altura a pochi chilometri da San Benedetto del Tronto, ben
attrezzata. Ma sarebbero partiti molto presto, si sa che in certe giornate, a una
certa ora, questi luoghi diventano a
impraticabili e bisogna prenotarsi il posto.
Tornati
dalla spiaggia, Perla stava ancora spianando verbalmente il programma per il
giorno dopo, quando scrutando Valerio si avvide che era stranamente taciturno.
Lamentò
di sentirsi un po’ strano: gli dolevano le ossa e soffriva di mal di gola.
Tornando
Perla si fece prestare un termometro dalla reception dell’hotel.
“Trentasette
e mezzo”- non era così grave, ma pur sempre un inizio d’influenza.
-
Te la sei beccata. - le disse preoccupata
- Sarà meglio che prendi subito un’aspirina,
così la bocchiamo in tempo -
E
andò a frugare nella valigia, in cerca del borsello dei medicinali.
Non
lo trovò , cosicché si diresse in bagno per guardare se erroneamente lo avesse
infilato nel bouticase.
Con
suo grande rammarico, non c’era , nemmeno lì. Ricordò di averlo preparato, era
sempre una delle prime cose che pensava, prima di affrontare un viaggio
qualsiasi, il necessario ma importante, per ogni evenienza, solo che stavolta
l’aveva lasciato sul letto, nella fretta di spicciarsi.
Come
il solito , sempre la sua maledetta fretta; lei era fatta così, sembrava sempre
che il tempo le sfuggisse di mano, sin da quando era ragazza. Per questo forse si
ritrovava spesso a guardare nel passato, probabilmente perché al momento che
era presente, era troppo di corsa per viverlo a pieno e allora le tornava dopo,nei
ricordi.
- Cavolo – disse a Valerio - ero convinta di
aver messo il borsello con i medicinali nella valigia e invece l’ho lasciato a
casa.. Poi ebbe un ‘idea: -Provo da Amelia, vedrai che lei avrà qualcosa -
No,
non avrebbe mai detto ’provo da Fulvio’ -
pensò, e si diresse verso la porta, ma Valerio la bloccò
Lascia correre, non andare, è solo una piccola
alterazione, magari sono solo stanco e poi se proprio devi, fatti passare la
camera, non voglio disturbare. -
Perla
era convinta che il ‘disturbare’ aveva ben poco a vedere con il fatto che lui
fosse contrariato all’idea che lei andasse da Amelia, ma non se la sentiva di controbatterlo
e così chiamò il centralino e si fece passare la camera.
All’ottavo
squillo rimise giù. Nessuna risposta.
- Vado
giù” – disse risoluta – qualcuno troverò che ha qualcosa da darmi, meglio
prevenire che curare.-
Infilò
un paio di bermuda e una maglietta con la scollatura a barchetta e scese per le
scale, senza attendere l’ascensore.
Arrivata
nella hall, si guardò intorno più volte.
Sapeva
cosa stava cercando, ma quello che lei si attendeva, non c’era.-
-Mi spiace, - le stava dicendo il ragazzo dietro
il banco della reception - ma non posso aiutarla. Il dottore è fuori per il
ferragosto. Però in centro, vicino alla grande libreria c’è la farmacia, di
solito fa orario continuato, però siamo ad agosto e chiude nelle prime ore
pomeridiane, riapre alle quattro. Se non è urgente, altrimenti vuole che le
chiami la guardia medica? -
Perla
sorrise ringraziandolo. La guardia medica era un po’ eccessiva. Le restituì il
termometro rammentando a se stessa che poi avrebbe dovuto acquistarne uno.
Andò
in sala da pranzo, parlò col cameriere di turno per avere il pranzo in camera.
Ordinò
poche cose e leggere, non sapeva se Valerio avesse voglia di mangiare.
Girò
più volte lo sguardo per la sala. I tavoli erano già apparecchiati e qualcuno
già si stava servendo.
Si
diresse in terrazza; sotto gli ombrelloni, seduti ai tavoli, alcuni gruppi
di amici sorseggiavano l’aperitivo ridendo e giocando tra loro.
Erano
ragazzi dell’età di suo figlio o poco più: le ragazze erano belle e la loro
pelle dorata brillava sotto i raggi del sole.
Perla
socchiuse gli occhi per il reverbero e scrutò intorno, poi guardò l’orizzonte e
verso la spiaggia: di Fulvio e della sua compagna nemmeno l’ombra.
Era
persino tentata di chiedere in portineria, forse avevano anticipato la
partenza, ma non ne ebbe il coraggio.
Guardò
ancora il telefono. Da quando Fulvio le aveva detto che si sarebbe fatto vivo,
lei non lo lasciava più un secondo, non tanto per paura che lui la cercasse e
lei non sentisse, quanto che sarebbe capitato tra le mani di Valerio.
Guardò
e riguardò, più volte, ma il telefono taceva, i soliti messaggi della tim,il
suo gestore telefonico, nient’altro.
Si
sentiva svuotata e disperata.
La
mattina, andando in spiaggia, aveva percorso più volte l’area del parcheggio
con lo sguardo, sperando di vedere l’auto di Fulvio, ma non l’aveva vista e non
sapeva più che pensare.
Tornò
in camera, che era ancora confusa nei suoi pensieri.
Trovò
Valerio che dormiva, le gote arrossate, segno che la febbre era salita.
Si
sedette accanto a lui, in silenzio. Sentiva il suo respiro, lento e un po’
affannato, il petto che gli si alzava e abbassava. intorno era silenzio. Da
sotto arrivava il mormorio del mare, accompagnato dal rumore sordo delle posate
e delle voci sommesse degli alberganti che erano a pranzo.
In
attesa che il cameriere arrivasse con il loro, Perla si sdraiò accanto a lui e
lo sfiorò.
Era
bellissimo quando dormiva, e lei si rese conto di volergli un mondo di bene.
La
sua vita era accanto a lui, e ne andava fiera, per la persona che era, per
quello che le dava.
Nella
vita ci sono treni che bisogna saper prendere al momento giusto, treni che non
tornano, e lei era salita giusto in tempo.
Valerio
era quel treno, il vagone per la vita, per l’amore.
E
poi c’era Fulvio, l’altro treno, quello su cui vorresti salire, quando desideri
evadere, quando tutto quello che hai intorno all’improvviso non ti basta più,
ti sta stretto e vorresti fuggire, ma lei era sull’altro binario e l’aveva
visto andare via, senza poterlo fermare.
Si
domandò se non fosse impazzita, se all’improvviso, come accade agli
adolescenti, non fosse vittima dell’imbroglio di amare due persone
contemporaneamente.
Sentì
bussare alla porta e si riscosse dai suoi pensieri.
Valerio,
si girò su un fianco, come qualcosa l’avesse destato, invece continuò a
dormire.
Era
il ragazzo con il pranzo, Perla gli regalò la mancia e lo ringraziò, poi con il
pranzo in mano sedette sul letto.
Mangiò
un po’ di prosciutto e un bocconcino di fior di latte, poi ripose il resto nel frigo della stanza.
Prese
un libro, avrebbe letto un po’, impedendo così alla sua mente di spaziare
ancora, e al suo cuore di volare, poi all’ora giusta sarebbe andata in centro
in farmacia.
“ Domani
è ferragosto” - pensò – “speriamo di non rovinarci la giornata” – e sfogliò le
pagine del libro, per arrivare dov’era rimasto il segno.
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