CAPITOLO 21
Perla,
come in trance, seduta sulla panchina guardava avanti a se. Ma non stava
guardando che i suoi ricordi scorrerle davanti, come se tutto il tempo fosse
mai passato, come fosse stato solo ieri.
Ricordò
quella sera, la pizza insieme, le vie del centro, loro due abbracciati, come
una coppia qualunque, loro due, in mezzo alla gente, ma come se fossero soli.
La
dolcezza dei suoi gesti, ricordava quando le aveva chiesto di scegliere da che
verso voleva girarsi mentre mangiavano il gelato sulla panchina. Lei era
scoppiata a ridere, era la domanda più strana che le fosse mai capitata.
Ricordò
di quando l’aveva lasciata sotto casa, lei non si decideva a scendere dall’auto
e alla fine avevano fatto mattina in macchina.
La
sera dopo si erano rivisti.
Erano
andati al mare.
Lui
le aveva detto che se voleva mangiare il pesce conosceva un bel posto, dove il
mangiare era ottimo e si
spendeva
poco.
Solo
che Perla non mangiava più, non dormiva più, non pensava più, se non a lui.
Aveva
cominciato a perdere troppi chili, e lui gliel’aveva fatto notare:
-
Non so che mi accade - le aveva detto lei, - ma ultimamente ho poco appetito. -
Nonostante
lui fosse carino con lei, nonostante i loro gesti e i loro sguardi parlassero
per loro, malgrado ci fossero tutti gli ingredienti per una storia bellissima,
lui non si decideva a farsi avanti e Perla non sapeva che pensare.
Forse
lei per lui, era solo una buona amica, la cura per il momento difficile che
stava vivendo.
Ed
era vero, loro non erano che due solitudini in cerca di ritrovarsi, bisognosi
di non sentirsi soli.
Ma
per lei, lui era di più.
Oramai
non controllava più il suo cuore, e non controllava più il suo corpo.
Sentire
le sue braccia che la circondavano, la sua mano nella sua, il contatto della
pelle quando la sfiorava, la faceva impazzire, persino la sua voce le
risvegliava i sensi e lei aveva voglia di lui, ed era un tormento stargli
vicino.
E
anche quella sera, al mare, fu come vivere un sogno incompleto.
Eppure,
quando camminando sulla spiaggia, l’aveva abbracciata stringendola a se, lei lo
aveva sentito fremere. Si erano fermati in riva al mare;
Fulvio,
l’aveva voltata verso lui e attratta a se.
L’aveva
fissata negli occhi per un lungo istante.
Perla
aveva ricambiato il suo sguardo, incapace di distoglierlo, però poi lui con un
sospiro l’aveva lasciata andare, e l’aveva presa per mano ricominciando a
camminare.
Avevano
mangiato nel ristorante e poi si erano attardati in spiaggia, fino alle quattro
di mattina.
Quando
erano tornati a casa, lei aveva fatto appena in tempo a lavarsi e vestirsi per
andare a lavoro.
Non
dormiva più, ma non aveva sonno.
La
sera dopo la chiamò. Era venuto un collega da lavoro e non potevano vedersi,
lei aveva cercato di nascondere la delusione.
Ricordò
di essere stata sveglia tutta la notte, nell’attesa che lui si liberasse e la
chiamasse.
Ma
non accadde. All’improvviso si rese conto persino di essere gelosa. E se invece
di un collega fosse stata un’altra, un'altra donna? Lui le aveva confidato di
essere stato sempre fedele a Claudia ma oggi era un uomo libero, e in fondo
sempre un uomo.
A
quel pensiero si sentì morire.
Lei
si stava ‘rodendo’ per Fulvio e invece lui, magari adesso era tra le braccia di
un’altra donna a fare quello che lei moriva di fare con lui.
Sentì
il desiderio che la assaliva solo al pensiero, e si costrinse ad andare al
bagno per mettersi sotto la doccia, per scacciare via i pensieri.
Pensò
a tutte le volte, che maliziosamente, con lui toccavano quell’argomento.
Si
rese conto che il più delle volte accadeva quando erano per telefono, mentre
quando stavano insieme, era un 'tasto' che non toccavano mai.
Ma
una cosa Perla l’aveva capita da un pezzo: lui con lei era come ‘frenato’,
bloccato.
Lei
era la cugina di sua moglie, l’amica più cara.
Un
altro avrebbe potuto vendicarsi e usarla, magari sbatterlo in faccia a Claudia
per ferirla, ma lui no, lui la rispettava e questo inorgogliva Perla, e le
faceva crescere la speranza che lui ci tenesse davvero a lei.
Ma
in che modo ci teneva? Come amica, o come donna?
E
al diavolo il suo orgoglio, e al diavolo tutto e tutti, ma non si accorgeva di
quanto lei era pazza di lui? Però c’erano quelle volte che anche lei, voleva
fuggire lontano da se e da quello che provava, tutte le volte che sentiva
Claudia al telefono, tutte le volte che erano insieme.
Perché
lei con Claudia stava benissimo. Perché Claudia riempiva le sue giornate e
c’era sempre per lei. A volte aveva rinunciato persino a Luca pur di stare con
lei, e oltretutto in molte cose si somigliavano molto.
Perla
non sapeva perché Fulvio la vedesse tanto diversa da lei, ma si sbagliava.
Il
giorno dopo attese con ansia che lui si facesse vivo.
Il
domani sarebbe tornato Lorenzo per il weekend, e Perla avrebbe dovuto dedicarsi
a lui.
Fulvio
la chiamò che erano già le nove passate di sera, quando ormai lei era disperata
che lo facesse più, e si era quasi decisa a cercarlo lei:
- Non me la sento di uscire, sono stato fuori
tutto il giorno … anche se ho una fame che mangerei un lupo. -
Lei
la buttò lì, sperando che lui, raccogliesse la ‘palla’:
- Al massimo io posso cucinare un chilo di
spaghetti e portarteli lì - lo disse scherzando, ma non scherzava.
- Davvero e sentiamo come li faresti? - lui non
c’era caduto -
- Be’ il pesce l’abbiamo mangiato qualche giorno
fa, quindi andrei su qualcosa di rustico, che so una bella 'matriciana’, e per
secondo un’insalatona gigante perché fa caldo e non credo riusciresti a
mangiare altro. – “Io mangerei te.” - Avrebbe aggiunto Perla.
- Mm, ho l’acquolina in bocca e poi le
insalatone sono i mei piatti preferiti. -
Tacque
di colpo, poi a voce più bassa l’apostrofò:
-
Perché tu verresti davvero? Qui, da me? -
Il
cuore di Perla cominciò a perdere i battiti.
-
Non vedo che potresti farmi, va bè che hai una fame da lupi, ma almeno che non
hai intenzione di sbranarmi, sono abbastanza adulta da badare a me stessa.
- Si, - la pizzicò maliziosamente lui - ma io non
lo sono abbastanza per badare a me. – e rise – Non so se poi basterebbe la
pastasciutta e l’insalatona, se poi mi venisse voglia del dolce… -
Perla
in silenzio ascoltava, in quel momento si vedeva in casa con lui, tra le sue braccia.
"Dimmi
di venire, ti prego dimmelo." Lo pregava dentro se.
- Però,
se vieni alla cena, ci penso io, che fai allora? - Ma .. stai dicendo sul
serio? - Adesso era Perla a titubare, non sapeva se prenderlo seriamente.
- Che fai, adesso ti tiri indietro? Non ti
permetto di prendermi per il 'culo'- le disse divertito.
- Non
hai capito allora, io vengo e porto il vino. Ho una bottiglia che dovrò decidermi a dividere con qualcuno
prima che diventi da collezione.
- Dammi
tempo di lavarmi e preparare qualcosa, - disse Fulvio - diciamo le dieci e mezzo,
va bene per te?
Mancava
un‘ora circa.
- Ok,
ah, una cosa, ti farò uno squillo, quando sarò nei pressi di casa, non mi va
che occhi indiscreti mi vedano, lo sai tutti conoscono Claudia, e ormai si sono
abituati a vedermi con lei. La gente non aspetta altro per chiacchierare, sarà
meglio che non mi fermo sul portone ad attendere. -
Passo
falso, lo sentì cambiare di tono:
- Se
per te è un problema, va bene. Ma se hai paura, possiamo rimandare a
un’altra volta, fuori.
- No,
non ho paura, è solo una questione, insomma voglio cercare di evitare, ma
tranquillo per nulla al mondo rinuncerei ad assaggiare la tua cucina. -
Lo
aveva sentito contrariato, aveva sbagliato a nominarle Claudia, sperò di non
aver guastato la serata.
Aveva
riagganciato la cornetta ed era corsa in bagno.
Si
sentiva come una corda di violino, tesa, pronta per essere pizzicata e voleva
che fossero le mani di Fulvio a farlo.
Dedicò
più tempo del solito alla sua persona e alla scelta dei vestiti.
Quando
un’ora dopo squillò al telefono di Fulvio, era già sotto il portone.
Sentì
lo scatto della serratura, lo spinse ed entrò. All’uscita dell’ascensore trovò
la porta già aperta e lui, in t-shirt e pantaloncini corti, le venne incontro.
Perla
cercò di tenere a freno le sue emozioni.
Si
guardò intorno, si notava l’assenza di Claudia.
La
casa, a differenza del solito adesso sembrava vuota e disabitata.
Fulvio
la fece accomodare sul divano, togliendole la bottiglia del vino dalle mani. La
posò sulla tavola già imbandita.
Erano
entrambi imbarazzati.
Perla
ricordando quel momento sorrise tra se; sembravano due adolescenti al primo
incontro, entrambi in attesa che l’altro emettesse un segnale, come se
all’improvviso tutta la timidezza del mondo si fosse impadronita di loro.
Poi
lei aveva aiutato Fulvio in cucina e avevano mangiato.
Perla,
che come al solito ormai non aveva più appetito, fece uno sforzo immenso per
fare onore alla cucina di Fulvio, pur riconoscendo che era tutto molto buono.
Ma
ormai lei si cibava solo di lui.
Dopo
aver mangiato e ripulito il tutto, Fulvio la precedette nel suo studio, con
l'intenzione di farle vedere delle foto.
Si
scusò per il disordine e, in effetti, quella sembrava l’unica stanza abitata
della casa.
C’era
una scrivania con due computer, uno dei quali chiuso, l’altro acceso.
Carte
e scartoffie assemblate una sull’altra.
Da
un lato una piccola libreria, piena di cartelline e documenti, dai quali Fulvio
estrasse un album di fotografie.
Sedettero
vicini su due rispettive sedie, le classiche poltroncine da ufficio, con le
rotelle.
I
loro volti, piegati sull’album , erano talmente vicini che Perla poteva sentire
il suo respiro caldo su di se.
Nelle
foto Perla stava guardando un ragazzo solare e molto diverso dal Fulvio di oggi
,e ogni volta lui le raccontava, ora di quella foto, ora dell’altra.
Ma
lei, a volte faticava a stargli dietro. La sua vicinanza la turbava
troppo.
Poi
insieme , si misero al computer, guardando dei video musicali e lui
le inviò via email una bella canzone di Bocelli.
Continuavano
così, a restare vicini. Fulvio sedeva con le gambe leggermente larghe e con le
sue sfiorava quelle di Perla.
Lei
guardò le sue cosce muscolose, scoperte, che sfioravano le sue, quel contatto
le faceva provare la scossa, poi indugiò sui muscoli delle sue braccia .. lo
desiderava, si sentiva morire, non voleva altro che essere sua. Per distrarsi
aveva guardato dritto avanti, sulle sue carte, mentre lui parlava.
Si
accorse che lui era uno, che quando
lavorava si divertiva a 'scarabocchiare' sui fogli:
-
Sei un tipo molto introverso. – gli aveva detto all’improvviso -
E
lui, colpito da quelle frase si era voltato a guardarla negli occhi:
- Cosa
te lo fa pensare? -
- I tuoi scarabocchi,- aveva risposto lei -
vedi tu, giri, giri, ma alla fine ti soffermi sempre sullo stesso punto, è come
se il centro di te stesso, restasse lì, nascosto sotto gli altri segni.- E
gl’indicò il punto dove la sua penna era tornata più volte.
Lui
la guardava accigliato:
- Sai, ora che mi ci fai pensare ... hai
ragione, è
vero.
Ma, che sei una studiosa della calligrafia? Sei la prima persona che me lo
dice.
Continuarono
così per un bel po, poi tornarono in sala e sederono sul divano a vedere
un po’ di tv.
Alla
fine Perla, pur divorata dal desiderio, si avvide che la serata stava scemando.
Per qualche strano motivo, lo sentiva distante, trattenuto da qualcosa più
forte di lui, ma non voleva rischiare di farsi avanti lei, così decise di
congedarsi.
Forse
non ci sarebbe mai stata un’altra occasione e lei si sentiva delusa, frustata.
Lui l’accompagnò alla porta e non le chiese di restare.
Sulla
porta continuavano a guardarsi negli occhi, alla fine lei , per rompere il
silenzio, le si fece più vicina:
- Sono stata benissimo, grazie. - Istintivamente
si portò un dito sulle labbra, poi l’allontanò da se poggiandolo sulle labbra
di lui. Era stato solo un attimo, ma lei, sperava che con quel gesto lui
capisse, gli stava dichiarando il suo amore.
- Anche
io, - Fulvio le sorrise, - sto molto bene con te. -
Arrivò
l’ascensore e Perla, a malincuore, lo
prese girandosi un un’ultima volta verso lui, mentre la porta si richiudeva
alle sue spalle
Dio
come lo amava. Ma lui non era suo.
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